La Verità, che è una, i saggi chiamano con molti nomi

La Verità, che è una, i saggi chiamano con molti nomi

Il tempio indù può essere considerato il cuore pulsante del pensiero spirituale e teologico indiano. Non è primariamente un luogo di raccolta dei devoti. È una mappa rituale, cosmologica e filosofica.

Attraverso il tempio è possibile ripercorrere a ritroso il percorso dalla manifestazione fenomenica al Principio assoluto, realizzare quella dimensione senza ritorno definita moksha o mukti, il più alto dei quattro scopi su cui si fonda l'esistenza umana.

Tutte le forme di arte in India nascono con l'obiettivo di favorire questo elevarsi. Il tempio diviene strumento per incanalare le proprie energie spirituali e accogliere quelle divine. Esso costituisce una riproduzione esatta dell'universo in tutte le sue parti. Sebbene il fine ultimo sia la trascendenza della forma, essa avviene proprio attraversando un tripudio di forme ed espressioni della realtà effimera.

Vi è un forte richiamo all'asse del mondo, axis mundi, che penetra tutti i piani: bhur, il terrestre, bhuvah, l'aereo, svah, il celeste, fino al riassorbimento di cui il pinnacolo sopra la cupola è l'emblema.
L'enfasi sull'attraversamento dei piani è accentuata dalle sculture: alla base gli abitanti delle regioni sotterranee e acquatiche, nelle parti mediane scene di vita quotidiana, matrimoni e processioni, salendo ninfe celestiali e musici divini, fino all'apice dove la forma lascia il posto alla trascendenza.

Il devoto compiendo la pradakshina, circumambulazione, non gira attorno a un edificio. Compie un viaggio dentro sé stesso, nella corrispondenza tra micro e macrocosmo.

Per tale potere di manifestare l’immanifesto il tempio è anche definito un Tirtha, “guado”.

La porta è essa stessa un guado. Delimita e protegge, ma offre il varco verso la luce che si manifesta nel darshana, quando le porte del Sancta Santorum, il garbha-griha, si aprono e lampi di fuoco illuminano l'immagine del Divino, la murti.

La murti non è un idolo, come spesso si afferma, ma “ciò che ha preso forma”, è l’ipostasi stessa del Divino. Nel rito conclusivo della realizzazione di un’immagine sacra denominato prāṇa-pratiṣṭhā si invoca il prana, la Presenza affinché vi prenda dimora.

Una volta consacrato, un luogo non torna mai profano. Anche in rovina, anche trasformato, per l'indù rimane un luogo in cui il Divino dimora. Come il profumo del legno di sandalo che non perde mai la sua fragranza.

Questa consapevolezza dovrebbe educare al rispetto profondo per ogni luogo dove un uomo ha invocato il Divino con cuore puro.

I presupposti stessi alla base della costruzione e della vita di un tempio dovrebbero preservarlo dal cadere in derive politiche o in fanatismi integralisti, come purtroppo si osserva con sempre maggiore frequenza. Questo non è soltanto un ideale remoto, ma è espressione stessa del dharma, di quel principio ordinatore finalizzato al sostegno e all’armonia di ogni essere vivente e di ogni comunità. Riflesso del dharma è anche la pacifica relazione tra gli esseri, memori del celebre inno del Rig veda secondo cui la Verità che è Una i saggi chiamano con molti nomi, Ekam sat vipra bahudha vadanti.

È quella stessa convergenza di ideali che spinse il magnanimo e illuminato Dara Shikoh, a tradurre le Upanishad per ricercarvi il Grande Segreto, Sirr-i-Akbar. Si tratta di quello stesso impegno che muove gli uomini e le donne di fede a cercare la via del dialogo arginando sfide identitarie e narrazioni inquinate dei fatti e della storia. Né, tantomeno, significa lasciarsi tentare da moti di sincretismo o da pratiche new age.  Significa, vivere con sincerità la propria fede cercando una visione autentica del sacro. Perché, laddove le dinamiche colonialiste, politiche ed economiche erigono muri generatori di odio, riscoprire la sacralità in ogni aspetto, costruisce spazi i cui orizzonti si estendono alle profondità insondabili del proprio cuore. In un cuore puro, hridaya, risplendono l’umiltà, la compassione e la signoria. Ecco dunque che la grotta del cuore si fa   meravigliosa evocazione della grotta del tempio. Il corpo è esso stesso tempio, citano le Scritture, un tempio che accoglie e in cui brilla la luce. In quest’ottica, come si può vedere l’altro come diverso da sé? Il problema non è il Dio dell'altro.  Non dobbiamo difendere Dio dalle altre religioni. Dobbiamo difendere il nostro cuore dall'idea che esista un "altro".

In conclusione, con l’avvicinarsi della ricorrenza annuale della Dipavali, la festa della luce, auspico che ogni lume acceso in un Tempio, in Moschea, in una Sinagoga, in una Chiesa, possa ricordare che la luce è più forte del buio e la volontà di bene e di amicizia è più forte di qualsiasi rivendicazione identitaria. Ma la luce deve essere protetta e nutrita sempre!

Nel salutarsi con il gesto del namaste ci si riconosce essere uno nel Tutto, insieme, uniti in cammino alla ricerca della vera Gioia che mai muta.

Om sarve bhavantu sukhinah, “possano tutti gli esseri essere felici, possano essere liberi da afflizione”, recita una preghiera alla pace.

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