La religiosità di Francesco d’Assisi
Francesco non fu un teologo nel senso scolastico del termine; e, tuttavia, il suo pensiero religioso possiede una straordinaria coerenza interna, fondata su pochi nuclei essenziali, tra loro profondamente connessi: la minoritas come scelta esistenziale, la sequela Christi intesa come partecipazione alla kenosi del Figlio di Dio, e un’intensa concentrazione sui misteri dell’Incarnazione, dell’Eucaristia e della Passione. In questi elementi si disegna una vera e propria “grammatica spirituale”, capace d’orientare tanto l’esperienza personale quanto la vita della fraternitas nascente.
Il punto di partenza è la minoritas. Il termine, che, nel contesto sociale dell’Italia del tempo, designava originariamente una condizione giuridica e politica inferiore – l’essere “minore”, privo di potere e di preminenza –, è assunto come categoria spirituale. Essere minores significava collocarsi volontariamente nel punto più basso della gerarchia sociale, rinunciando alla ricerca dell’onore, della ricchezza e del dominio sugli altri. In questo senso, la minoritas non è da intendersi soltanto quale virtù morale. È una vera e propria strategia di spossessamento di sé. Francesco invita i suoi compagni a non appropriarsi di nulla – né beni, né autorità, né prestigio – e a vivere come pellegrini e forestieri in questo mondo. Non siamo di fronte a una disciplina ascetica, bensì al segno visibile d’un rovesciamento radicale delle logiche mondane. Una scelta, questa, che trova la propria radice profonda nella contemplazione del mistero di Cristo. Francesco legge l’intera vicenda evangelica alla luce della teologia paolina dell’abbassamento del Figlio, il quale, pur essendo Signore dell’universo, accetta di farsi uomo, povero tra i poveri, fino alla morte. Il linguaggio della tradizione teologica definisce tale movimento col termine kenosis, lo svuotamento di sé evocato dall’inno cristologico della Lettera ai Filippesi (2,6-8):
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l'essere come Dio,
7ma svuotò sé stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall'aspetto riconosciuto come uomo,
8umiliò sé stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Francesco vive la kenosi come paradigma esistenziale. Essere minore significa partecipare a questo abbassamento divino, seguendo le orme di Cristo non solo nelle parole, ma anche nelle condizioni concrete dell’esistenza. In questa prospettiva, la sequela Christi assume un carattere fortemente realistico. Non si tratta d’imitare simbolicamente il Vangelo, ma di riprodurne, per quanto possibile, le forme di vita. Francesco invita i frati a vivere sine proprio, senza possesso stabile, a lavorare con le proprie mani, a mendicare quando necessario, a porsi al servizio degli ultimi. La fraternitas nasce così: come una comunità di uomini che scelgono deliberatamente d’abitare il margine sociale. In ciò si manifesta un tratto decisivo della religiosità francescana: la convinzione che la verità del Cristianesimo si renda visibile nella forma della vita, prima ancora che nell’elaborazione dottrinale. È in questa maniera che Francesco vive il mistero dell’Incarnazione. Francesco è profondamente colpito dall’idea che Dio abbia voluto condividere la condizione umana fino alle sue forme più umili. La nascita di Cristo a Betlemme, nella povertà d’una stalla, diviene il segno tangibile di questo abbassamento. Non è un caso se la tradizione gli attribuisca la celebrazione della Natività a Greccio nel 1223, con la rappresentazione vivente della mangiatoia. Al di là delle successive elaborazioni narrative, il significato dell’episodio appare chiaro: rendere visibile, quasi tangibile, la concretezza dell’Incarnazione, mostrando come il Tutto si renda presente nel frammento eucaristico, che sostituisce il Bambino sull’altare-mangiatoia.
Per Francesco, Dio non è un principio lontano e astratto; è un Dio che si fa piccolo, che accetta d’essere toccato, visto, accolto nella povertà del mondo. È questa logica a prolungarsi nella sua intensa devozione eucaristica. Nei suoi scritti, egli manifesta una sorprendente attenzione per il sacramento dell’altare, insistendo, sulla scia del Lateranense IV, celebrato nel 1215 – nel corso del quale era stato enunciato con chiarezza il dogma della transustanziazione –, sulla presenza reale di Cristo nelle specie del pane e del vino. Francesco invita i chierici a trattare con reverenza il corpo del Signore. Deplora con forza ogni forma di negligenza nei confronti dell’Eucaristia. Ciò che colpisce, a ogni modo, è la continuità ch’egli stabilisce tra questa e l’Incarnazione: è Cristo, fattosi carne nel grembo di Maria, a rendersi presente sull’altare attraverso il ministero dei sacerdoti. L’Eucaristia diviene, così, il segno permanente dell’abbassamento divino – dunque, della minoritas –, la prova che Dio non cessa di consegnarsi nelle mani degli uomini. Accanto all’Incarnazione, tuttavia, la Passione acquisisce progressivamente un’importanza peculiare. Francesco contempla con intensità il Cristo sofferente, riconoscendo nella croce la manifestazione suprema dell’amore divino. Il linguaggio biblico dei salmi s’intreccia con una partecipazione emotiva profondissima al dolore del Crocifisso. La croce è il luogo in cui si rivela la misura dell’amore di Dio per l’umanità. Non è casuale ch’egli abbia adottato come segno personale il Tau, l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, che la predicazione di Innocenzo III al concilio Lateranense IV aveva già richiamato come segno dei penitenti. Il riferimento è al passo del profeta Ezechiele (9,4), nel quale Dio ordina di segnare con esso la fronte degli uomini che gemono per le ingiustizie della città, affinché siano riconosciuti e risparmiati nel momento del giudizio. Per Francesco, quel segno diviene il marchio dei penitenti, di coloro che scelgono la via della conversione e della minorità. Il Tau, nella sua forma simile alla croce, riassume, così, il suo itinerario spirituale: essere segnati dal segno della croce significa appartenere alla schiera dei piccoli che attendono la salvezza di Dio. Per questo, Francesco invita i frati a ricordare il sacrificio di Cristo e a conformare la propria vita a quel modello di dono totale.
Da questo punto di vista, l’intera esistenza del credente appare come un processo di configurazione a Cristo. La minoritas, la povertà, il servizio agli ultimi non sono altro che modi concreti di partecipare alla vicenda del Figlio di Dio: alla sua Incarnazione nella povertà del mondo, alla sua presenza eucaristica nella Chiesa, alla sua Passione sulla croce. La religiosità di Francesco, insomma, si sviluppa attorno a un asse cristologico estremamente forte. Tutto converge verso Cristo e verso la sua forma di vita. È questa concentrazione sul Cristo povero e crocifisso che conferisce alla religiosità francescana una straordinaria forza simbolica. Francesco non propone un nuovo sistema teologico; egli riporta il Cristianesimo alla radicalità del Vangelo, trasformando la vita quotidiana in luogo di sequela. Nella scelta della minoritas, nell’adorazione dell’Eucaristia, nella contemplazione della Natività e della Passione, si delinea una religiosità che vede nel mistero dell’Incarnazione il cuore stesso della fede cristiana. Francesco non si limita a imitare Cristo: egli cerca di abitare lo spazio della sua kenosi, rendendo visibile nella storia la logica paradossale d’un Dio che si rivela nella povertà, nell’umiltà e nell’amore che si dona fino alla fine.