Il Mediterraneo tra logos ed ethos. Paradigma millenario delle culture

Il Mediterraneo tra logos ed ethos. Paradigma millenario delle culture

“L’ambizione” di questa breve considerazione è quella di interrogare il Mediterraneo non come semplice dato geografico, non come mero bacino di acque che bagnano coste diverse, ma come categoria del pensiero, come paradigma di lunghissima durata attraverso il quale l’umanità ha elaborato, nei millenni, le proprie forme di convivenza, di conflitto e di reciproco riconoscimento.

Il tema - «tra logos ed ethos» - non è, credo, un semplice artificio retorico, ma la formulazione più sobria che si potesse dare a una tensione che attraversa l’intera vicenda delle culture mediterranee. Il logos, nell’accezione che la filosofia greca gli ha consegnato, è insieme parola, ragione, discorso e misura: è la facoltà per cui l'uomo non si limita a subire il mondo, ma lo interroga, lo argomenta, lo rende comunicabile. È nel logos che nasce la filosofia stessa, come esercizio pubblico della ragione; è nel logos che si radica il diritto, come tentativo di sottrarre la convivenza umana all’arbitrio della forza per affidarla alla parola condivisa; è nel logos, infine, che si costituisce quella forma di razionalità dialogica - la capacità di argomentare, di confutare, di persuadere - che ha fatto delle città del Mediterraneo antico i primi laboratori di una ragione pubblica.

Ma accanto al logos, e non meno originario di esso, sta l’ethos. Vale la pena ricordare, in questa sede, che il termine greco ethos designava in origine la dimora, il luogo abituale in cui si vive e ci si raccoglie, prima ancora di indicare il costume o il carattere: è un’intuizione che i presocratici, e poi Aristotele, hanno sapientemente custodito, quando hanno inteso l’ethos come ciò che l'uomo produce abituandosi, ripetendo gesti, sedimentando pratiche, fino a farne una seconda natura. L’ethos è dunque il regno della consuetudine, della memoria condivisa, della norma non scritta che precede e spesso eccede la legge; è il tessuto di credenze, di riti, di appartenenze che nessun discorso razionale, da solo, potrebbe generare, perché esso nasce piuttosto dalla lunga sedimentazione del vissuto comune.

Ecco allora il nodo speculativo che ci proponiamo di sciogliere, o quantomeno di illuminare: come si sono composte, nella storia plurimillenaria del Mediterraneo, la pretesa universalizzante del logos e la forza particolare, radicata, spesso refrattaria alla ragione discorsiva, dell’ethos? Aristotele stesso, quando elabora la nozione di phronesis, la saggezza pratica, sembra indicare in essa il luogo di mediazione tra le due istanze: una ragione che non pretende di dedurre astrattamente le regole dell’agire, ma che sa riconoscerle nella concretezza del costume, adattando il logos all’ethos senza per questo rinunciare al proprio compito critico. È una lezione, questa, che il Mediterraneo ha continuato a riproporre in forme sempre nuove, ben oltre l’orizzonte greco: nel diritto romano, che codifica il costume in norma; nelle grandi tradizioni monoteistiche che si affacciano su queste coste, ciascuna delle quali elabora un proprio, originale equilibrio tra rivelazione e ragione, tra legge divina e interpretazione razionale; nella cultura islamica, che ha saputo custodire e tramandare l’eredità filosofica greca proprio mentre la rielaborava all'interno di un ordine etico e giuridico autonomo.

Il Mediterraneo, in questo senso, non è mai stato un semplice crocevia di merci o di eserciti, per quanto anche di questo si sia nutrita la sua storia: è stato, prima ancora, un crocevia di logoi e di ethoi, uno spazio in cui razionalità diverse si sono misurate con costumi diversi, generando ora conflitto, ora traduzione, ora quella forma superiore di comprensione reciproca che possiamo chiamare, senza enfasi, civiltà. È un paradigma, dicevamo, ed è millenario perché non si è mai esaurito in una sintesi definitiva: ogni epoca del Mediterraneo ha dovuto ricomporre, a modo proprio, il rapporto tra ciò che la ragione argomenta come universale e ciò che il costume custodisce come proprio, particolare, insostituibile.

È a questo paradigma, nelle sue diverse declinazioni storiche, che è necessario guardare. La ricostruzione storica che gli studiosi via via offrono nel corso della osservazione storica  - attraverso lo sguardo della storia dello scorso Millennio sul Mediterraneo, attraverso l’analisi del mondo islamico come interlocutore ineludibile di questo spazio, attraverso infine la mediazione che la critica letteraria e comparatistica sa istituire tra le diverse voci delle culture mediterranee - non farà che restituire, in concreto, la fecondità di quella tensione tra logos ed ethos che ho qui provato a delineare in termini più propriamente filosofici. Ciascun contributo, dal proprio osservatorio disciplinare, illuminerà una diversa faccia di questo prisma: la storia delle istituzioni e delle pratiche sociali, la storia del pensiero e delle relazioni tra le sponde, la storia delle forme letterarie in cui il Mediterraneo ha raccontato se stesso.

Concludo questa breve riflessione con una considerazione che vorrei affidare agli studiosi, come chiave di lettura per l’intera riflessione. Il Mediterraneo non è un paradigma da rimpiangere come reperto del passato, ma un modello ancora interrogante per il nostro presente, per un tempo che torna a interrogarsi, spesso drammaticamente, sul rapporto tra ragioni universali - i diritti, le leggi, i principi che vorremmo condivisi da tutti - e appartenenze particolari, che rivendicano la propria legittimità proprio in nome dell’ethos, della tradizione, dell’identità. Ripensare oggi il Mediterraneo come luogo in cui logos ed ethos si sono storicamente misurati, senza mai annullarsi l’uno nell’altro, significa allora offrire al presente non una nostalgia, ma un metodo: quello di una ragione che sa farsi prudente, e di un costume che sa farsi interrogabile. È con questo spirito che affido questa riflessione ai pazienti lettori.

Figura: Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale è un sito seriale italiano inserito dall'UNESCO nella Lista dei patrimoni dell'umanità nel 2015. L'immagine comprende nove beni artistico-monumentali dell'architettura arabo-normanna durante il periodo dei Normanni in Sicilia, sette custoditi nella città di Palermo e uno ciascuno a Cefalù e a Monreale. Si tratta di due palazzi, tre cattedrali, quattro chiese e un ponte (fotografia Wikimedia Commons).

Giovanni Puglisi

Giovanni Puglisi

Giovanni Puglisi è uno storico della filosofia e banchiere italiano, presidente della Società Siciliana per la Storia Patria e del SEPS (Segretariato Europeo per le Pubblicazioni Scientifiche). Rettore Emerito dell’Universtà IULM di Milano, è stato anche rettore dell’Università degli Studi di Enna “Kore” dal 2011 al 2023. In qualità di presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO ha promosso il patrimonio artistico e monumentale di Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale, dichiarato Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 2015.

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