Averroè, pensatore mediterraneo: tra storia e mito

Quest’anno ricorrono novecento anni dalla nascita di Averroè, avvenuta a Cordova nel 1126. È un’occasione per tornare a una figura che sembra familiare: il filosofo arabo, il grande commentatore di Aristotele, il difensore della ragione. Ma appena proviamo a guardarlo più da vicino, ci accorgiamo che sotto il nome di Averroè convivono almeno due figure. C’è Ibn Rushd, l’uomo vissuto nel dodicesimo secolo, con le sue attività, i suoi scritti, i suoi rapporti con il potere. E c’è l’Averroè che altre epoche hanno costruito: l’eretico per alcuni, il maestro per altri, infine il simbolo del libero pensiero.

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Vorrei parlare di entrambi. Sono entrambi reali, anche se in modi diversi. Il primo è una persona storica; il secondo è una presenza nella storia culturale del Mediterraneo e dell’Europa. Le immagini che vedremo ci aiuteranno a capire come le due figure abbiano continuato a interagire.

Prima, però, vorrei proporre un’idea. Averroè non è un pensatore mediterraneo soltanto per la sua provenienza da Cordova, città dell’Occidente islamico.

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Lo è per il modo stesso in cui pensa: mette in relazione la filosofia greca, conosciuta attraverso la lingua araba, con le domande della fede islamica e con l’arte di ragionare del giurista. Nel suo lavoro il Mediterraneo è molto più di un luogo: è uno spazio in cui tradizioni differenti si incontrano, si traducono e, talvolta, entrano in conflitto. È forse questo il punto in cui il logos e l’ethos del nostro incontro si toccano più da vicino.

Partiamo dunque dall’uomo. Ibn Rushd appartiene a una famiglia di giuristi. Egli stesso esercita la funzione di giudice, scrive di diritto, studia medicina e diviene medico di corte. Vive nell’orizzonte politico e religioso degli Almohadi; è vicino ai sovrani, dai quali riceve incarichi e sostegno. È anche l’autore di una vastissima opera filosofica. Non dobbiamo immaginarlo come un intellettuale ritirato dal mondo, intento a difendere una ragione isolata dalla società che lo circonda. La sua attività si svolge fra tribunale, studio, corte e discussione religiosa.

Questo dato biografico conta anche per intendere la sua filosofia. Averroè sostiene il valore della dimostrazione razionale e vede in Aristotele un maestro straordinario. Ma non concepisce la ricerca filosofica come un’alternativa alla fede. Nel Trattato decisivo (Faṣl al-maqāl) affronta proprio la questione del rapporto fra filosofia e legge religiosa: se entrambe conducono alla verità, non possono contraddirsi davvero. Quando una dimostrazione sembra in contrasto con la lettera di un testo sacro, si pone un problema di interpretazione. Si può discutere quanto lontano questa proposta conduca, e quali tensioni lasci aperte. Ma è difficile riconoscervi la caricatura di un uomo che avrebbe semplicemente voluto liberare la ragione dalla religione.

Lo stesso giurista che cerca le ragioni delle divergenze fra le scuole di diritto è il filosofo che interroga i procedimenti della conoscenza. Non sto dicendo che diritto e filosofia diventino la stessa cosa. Dico che, nella sua esperienza, il ragionare è inseparabile dalle pratiche, dalle istituzioni e dalle domande della comunità in cui vive. Per questo Averroè parla così bene al tema del nostro panel: il logos non arriva in una sfera vuota; incontra un ethos, un mondo di norme e di responsabilità.

C’è poi un secondo senso, più materiale, in cui Averroè è mediterraneo. Il suo Aristotele è un Aristotele che ha già viaggiato. Ibn Rushd non legge direttamente il greco: lavora sulle versioni arabe delle opere aristoteliche e sulla tradizione di commento che le accompagna. Dietro quelle pagine ci sono traduttori, studiosi e lettori attivi soprattutto nei secoli precedenti, fra il greco, il siriaco e l’arabo, anche nell’ambiente intellettuale di Baghdād. Quando quelle opere arrivano nell’Occidente islamico, non sono semplicemente un deposito dell’antichità ritrovato intatto. Hanno già attraversato lingue e interpretazioni.

Qui vorrei fermarmi un momento su un luogo comune. Dire che Averroè non conosceva il greco non significa sottrargli qualcosa, come se il pensiero autentico dovesse dipendere da un accesso immediato all’originale. Al contrario, la sua opera ci mostra che la traduzione può essere una forma potente di produzione del sapere. Egli discute Aristotele attraverso testi trasmessi, tradotti e spiegati; e a sua volta scrive commenti che saranno tradotti, letti e discussi da altri.

Dopo la sua morte, infatti, i suoi scritti percorrono nuove strade. Entrano nelle culture ebraiche e latine attraverso le traduzioni. Talvolta un’opera che non possediamo più in arabo sopravvive proprio in queste altre lingue. Averroè diviene per molti lettori “il Commentatore”, quasi che bastasse questo titolo per riconoscerlo, così come Aristotele era “il Filosofo”. È un fatto straordinario: l’autore nato a Cordova diviene un interlocutore nelle scuole e nelle biblioteche di altri mondi. E, in ogni passaggio, cambia anche un poco l’Averroè che i lettori credono di incontrare.

Per noi, a Palermo, questo percorso ha anche una tappa particolarmente interessante: la corte (itinerante) di Federico II. Michele Scoto traduce dall’arabo opere di Aristotele con commenti di Averroè e lavora poi nell’ambiente federiciano.

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Non è l’unico tramite: a Napoli, per impulso della corte, altri studiosi traducono Averroè in latino e in ebraico. Un autore della fine del Duecento, Egidio Romano nei Quodlibeta (II, quaestio 20) riferisce perfino una tradizione che chiama in causa i figli di Averroè nei contatti fra Federico e il mondo almohade. È una notizia suggestiva, che non possiamo trasformare nella certezza che quei figli siano venuti alla corte dell’imperatore. Ci dice però quanto fosse viva l’idea di un collegamento fra i due ambienti. Su Aristotele, Averroè e la Sicilia vorrei tornare più diffusamente in occasione dell’apertura del prossimo anno accademico della Società Siciliana per la Storia Patria, su invito del Presidente prof. Giovanni Puglisi.

Un esempio celebre è Dante, che colloca nel Limbo «Averoìs che ’l gran comento feo» (Inferno IV, v. 144). Il filosofo musulmano è ormai parte del paesaggio intellettuale dell’Europa medievale: riconosciuto come commentatore di Aristotele, ma inserito in una cornice religiosa che non è la sua.

È proprio nella ricezione latina che prende forma un problema destinato a una lunga fortuna: quello che siamo soliti chiamare “Averroismo”. Intorno ad alcune tesi filosofiche si aprono discussioni sul rapporto fra ciò che può essere argomentato dalla ragione e ciò che è affermato dalla fede. A queste controversie verrà associata la formula della “doppia verità”: una verità per la filosofia e un’altra per la religione, persino quando le due sembrano opposte. Ma sarebbe un errore attribuire direttamente questa teoria a Ibn Rushd. Per lui la verità non può contraddire la verità. E anche per i pensatori latini che furono chiamati averroisti la formula va maneggiata con prudenza: fu spesso un modo polemico di descriverne le posizioni.

Questo scarto è istruttivo. Un nome comincia a designare non solo l’autore dei testi, ma un insieme di questioni, paure e possibilità elaborate da altri. L’Averroè della storia continua ad agire; ma lo fa attraverso un Averroè interpretato, discusso, talvolta deformato.

Guardiamo ora questa immagine, che si trova proprio a Palermo, a Palazzo Abatellis. È la Disputa di san Tommaso, una tavola dei primi decenni del Cinquecento attribuita a Mario di Laurito e proveniente dalla chiesa di Santa Cita.

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Qui Tommaso prevale su Averroè, raffigurato come l’avversario sconfitto. Ma questa invenzione figurativa ha una lunga genealogia: già nel Trecento, a Pisa e poi a Firenze, le immagini del Trionfo di san Tommaso ponevano Averroè ai piedi del santo. La tavola palermitana riprende dunque una controversia più antica e le dà una nuova vita in un altro luogo e in un altro secolo.

L’immagine non è una fotografia del conflitto filosofico: partecipa a quel conflitto. Ed è interessante che l’autorità di Averroè renda necessaria una simile rappresentazione. Non si pone ai piedi di Tommaso un pensatore irrilevante. La condanna figurativa e l’ammirazione intellettuale appartengono alla stessa vicenda: per contrastarlo, occorre continuare a leggerlo e a raffigurarlo.

Alla fine della sua vita Ibn Rushd, muore nel 1198, conosce davvero la disgrazia politica e l’esilio. Le ragioni precise della rottura con il potere almohade non sono del tutto chiare. Quel fatto biografico, però, offrirà ai secoli successivi un elemento potente per raccontare il pensatore punito per le sue idee. Averroè potrà così essere accostato a nomi come Bruno, Campanella, Galileo. L’accostamento dice molto delle aspirazioni di chi lo propone; sono figure e vicende differenti.

Prendiamo Jorge Luis Borges; nella Ricerca di Averroè (1947), il filosofo cerca invano di capire cosa significassero per Aristotele “tragedia” e “commedia”.

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Ma alla fine Borges rivolge la domanda a se stesso: quanto può capire lui di Averroè, se prova a immaginarlo attraverso pochi libri? È un racconto sui limiti della traduzione, ma anche sui limiti di ogni ritratto storico. Persino lo scrittore che vuole ritrovare Ibn Rushd finisce per costruire un proprio Averroè.

La storia di questo Averroè mitico arriva fino al cinema. Nel 1997 il regista egiziano Youssef Chahine gli dedica Al-Maṣīr, Il destino.

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Mette in scena un Averroè che resiste al fanatismo e la cui opera sopravvive alla persecuzione. Chahine parla anche al pubblico del proprio tempo, in un Egitto segnato dal confronto con l’estremismo religioso. Il film non va usato come documento sulla Cordova del XII secolo. È invece un documento prezioso per capire perché, alla fine del Novecento, Averroè potesse ancora incarnare una speranza di libertà e di convivenza. Anche questo mito ha una storia e produce effetti reali.

Concludo tornando alla domanda iniziale. Qual è il vero Averroè? Il giudice e medico degli Almohadi, che cerca di pensare insieme dimostrazione filosofica e legge religiosa? Il Commentatore che attraversa le lingue? L’avversario raffigurato sotto i piedi di Tommaso? Il campione della ragione celebrato dai moderni? Il lavoro dello storico consiste nel distinguere queste figure, nel capire quando e perché ciascuna è nata. Non consiste nel fingere che solo la prima abbia avuto una vita reale.

A novecento anni dalla nascita, Averroè ci appare mediterraneo anche per questo. Nella sua opera la filosofia greca, la traduzione araba e il ragionamento giuridico islamico entrano in rapporto. Dopo di lui, i suoi testi, il suo nome e le sue immagini attraversano ancora lingue, fedi e frontiere. Il Mediterraneo non ha trasmesso soltanto i libri di Averroè: ha trasmesso anche le controversie, le condanne e le speranze che generazioni diverse hanno affidato al suo nome.

 

[fig. 1] Averroè, particolare del Trionfo di San Tommaso d'Aquino di Andrea di Bonaiuto. Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella, Firenze (fotografia Wikimedia Commons).

[fig. 2] Cordova, Il ponte romano e la “moschea-cattedrale” (fotografia Wikimedia Commons).

[fig. 3] Gino Morici, La corte imperiale di Federico II; tempera su tela (1926-1929); Palermo, Società Siciliana per la Storia Patria, Salone Luigi di Maggio (fotografia di Giuseppe Mandalà).

[fig. 4] Mario (o Mauro) di Laurito, La disputa di San Tommaso; tavola datata 1522-1523 ca. e proveniente dalla chiesa di Santa Cita a Palermo. Palermo, Galleria Regionale della Sicilia, Palazzo Abatellis (fotografia di Giuseppe Mandalà).

[fig. 5] Jorge Luis Borges nel 1976 (fotografia Wikimedia Commons).

[fig. 6] Al-Maṣīr, Il destino, locandina del film di Youssef Chahine (1997)

Giuseppe Mandalà

Giuseppe Mandalà

Giuseppe Mandalà è professore associato di Storia dei paesi islamici presso l’Università Statale di Milano, dove insegna Storia culturale del Mediterraneo. Socio della Società Siciliana per la Storia Patria, è specializzato nella storia intellettuale e nella trasmissione culturale dei testi, nonché nello studio dei loro processi di produzione, diffusione e ricezione. Ha pubblicato diversi studi in una prospettiva transculturale, con particolare attenzione alla Sicilia e al Mediterraneo; ha diretto e partecipato a numerosi progetti di ricerca nazionali e internazionali.

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