San Francesco, la tradizione francescana e le relazioni islamocristiane

Intervista al professor Jason Welle

San Francesco davanti al sultano al-Malik al-Kāmil, affresco attribuito a Giotto nella Basilica superiore di Assisi

Jason Welle è professore associato di teologia comparata presso il Boston College. I suoi principali ambiti di ricerca comprendono le relazioni tra Cristianesimo e Islam, l’esoterismo islamico, la tradizione francescana e l’etica. È autore del volume Companionship and Virtue in Classical Sufism: The Contribution of al-Sulamī (I.B. Tauris, Londra, 2024), nonché di numerosi articoli e traduzioni. Dopo aver ricoperto diversi incarichi presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (PISAI) di Roma, nel 2023 ha assunto l’attuale posizione al Boston College. Attualmente il professor Welle sta lavorando a una monografia dedicata al rapporto della tradizione francescana con l’Islam. Questa intervista affronta la vita e l’eredità di San Francesco d’Assisi, il suo celebre incontro con il sultano ayyubide d’Egitto al-Malik al-Kāmil, Raimondo Lullo, Tommaso Obicini, Louis Massignon, la Custodia Francescana di Terra Santa e l’Ordine francescano in Egitto, oltre ad altri temi di rilievo. L’intervista è stata realizzata dal dott. Matthew Anderson, direttore esecutivo di Dialogue Across Borders.

Matthew Anderson: Forse potremmo iniziare parlando del fondatore dell’Ordine francescano, Francesco d’Assisi (ca. 1181–1226). Che cosa sappiamo di lui? E da quali fonti?

Jason Welle: Grazie per l’opportunità di questa conversazione. Francesco è una delle figure del Medioevo di cui possediamo le testimonianze più ricche, anche perché il movimento da lui fondato si diffuse con straordinaria rapidità. Molte delle nostre fonti sono di carattere agiografico, ma, ciò nonostante, ci offrono una notevole quantità di informazioni sulla sua vita. Nacque nel 1181 o nel 1182 ad Assisi, nell’Italia centrale, e vi trascorse gran parte della sua esistenza, sebbene, dopo la sua conversione e la fondazione della fraternità, abbia dedicato lunghi periodi alla predicazione itinerante. Da giovane, Francesco fu colpito dalle regole della cavalleria e aspirava a diventare cavaliere. Quando la sua città natale, Assisi, entrò in guerra contro Perugia, fu catturato e imprigionato per un certo periodo, finché il padre non riuscì a riscattarlo. L’esperienza della prigionia fu profondamente traumatica ed è generalmente considerata uno dei momenti decisivi che segnarono la trasformazione della sua vita.

Matthew Anderson: Si trattava di cattolici che combattevano contro altri cattolici?

Jason Welle: Sì, era un conflitto tra due città dell’Italia centrale. Il trauma della guerra lasciò un segno profondo nella vita di Francesco. Un altro evento determinante fu la rottura con suo padre. Proveniente dalla nascente borghesia mercantile, il padre si aspettava che Francesco prendesse in gestione la sua prestigiosa bottega di tessuti. Francesco, invece, utilizzò il denaro paterno per restaurare alcune chiese.

Il padre si rivolse allora al vescovo nel tentativo di riottenere i propri beni. In quell’occasione Francesco lo rinnegò pubblicamente e pronunciò la celebre frase: «Ora posso dire di non avere altro padre se non il Padre che è nei cieli». Da quel momento la separazione dalla famiglia fu definitiva. Fu questo l’inizio della fondazione dell’Ordine. All’inizio Francesco era solo e viveva come un mendicante itinerante. Ben presto, però, alcune persone iniziarono a seguirlo, scegliendo di imitare il suo stile di vita povero e semplice, dedicato al servizio dei più bisognosi. Dal 1209 fino alla sua morte, avvenuta nel 1226, la comunità crebbe in modo straordinariamente rapido. Francesco non fu mai ordinato sacerdote, anche se alcune fonti suggeriscono che possa essere stato diacono. Secondo alcuni studiosi, tali fonti lo definiscono diacono perché sappiamo che predicava pubblicamente e, dal punto di vista canonico, quel tipo di predicazione avrebbe richiesto un’ordinazione. Altri storici, invece, ritengono che non abbia mai ricevuto alcun ordine sacro. È curioso che, nonostante l’abbondanza di informazioni sulla sua vita, non sappiamo con certezza se sia mai stato ordinato diacono.

Matthew Anderson: Nelle sue fasi iniziali, il movimento può essere considerato un movimento laico cattolico?

Jason Welle: Sì. I primi frati erano prevalentemente laici. Tra i primissimi seguaci di Francesco pochissimi erano sacerdoti. Solo in seguito alcuni sacerdoti entrarono nell’Ordine, ma fu soltanto nella generazione successiva a Francesco che il movimento assunse un carattere più marcatamente clericale. Con «clericalizzazione» non intendo semplicemente il fatto che i frati svolgessero un ministero sacramentale, bensì il loro crescente coinvolgimento nel servizio istituzionale alla Chiesa. Francesco e i suoi primi compagni predicavano pubblicamente la penitenza, cercando di risvegliare la devozione del popolo e di richiamare le persone alla conversione. All’inizio i frati si mantenevano lavorando con le proprie mani: nei campi, nelle botteghe artigiane e svolgendo ogni genere di piccolo mestiere. Non erano impegnati a tempo pieno al servizio delle strutture ecclesiastiche. È soprattutto nella generazione successiva che l’Ordine si istituzionalizza maggiormente, assumendo un legame sempre più stretto con la Chiesa istituzionale.

Matthew Anderson: Fin dall’inizio si trattò di una tradizione spirituale che poneva al centro la povertà e la pace. È corretto affermarlo? Potrebbe parlarci un po’ del carisma del primo movimento, ammesso che si possa già parlare di un carisma definito?

Jason Welle: Ha già menzionato due delle intuizioni fondamentali di Francesco.

La prima riguarda l’importanza dei poveri. L’incontro di Francesco con i lebbrosi ad Assisi ebbe un significato decisivo nella sua esperienza spirituale. Nella società del tempo nessuno era più povero dei lebbrosi, perché oltre alla miseria materiale erano esclusi dalla vita sociale. Per Francesco era essenziale vivere accanto agli emarginati, ai lebbrosi e a quanti si trovavano ai margini della società. Per i francescani la povertà non significava semplicemente possedere poco: significava condividere la vita dei poveri, stare in mezzo a loro, entrare in relazione con loro. Questo è sempre stato uno degli elementi centrali dell’identità della comunità.

Un altro aspetto fondamentale era l’impegno per la pace, strettamente legato all’idea di fraternità. Attraverso la sua intensa relazione con Gesù Cristo, Francesco maturò la convinzione che tutti gli esseri umani fossero fratelli e sorelle sotto l’unico Padre che li ha creati. Verso la fine della sua vita compose il Cantico delle Creature, un testo che oggi potrebbe persino apparire ingenuamente sentimentale. In esso canta la profonda armonia che unisce tutta la creazione. Proprio questa intuizione di una fraternità universale tra tutte le creature alimentava il suo impegno per la pace. All’epoca città vicine come Assisi e Perugia erano frequentemente in guerra. Inoltre, il territorio era attraversato da compagnie di mercenari, in un periodo segnato anche dalle Crociate. Spesso immaginiamo l’Italia cattolica medievale come una società compatta, serena e profondamente religiosa, ma la realtà era molto più complessa. Per Francesco era fondamentale promuovere la pace tra città rivali, ma anche ricomporre le divisioni all’interno delle stesse comunità. Nella sua Assisi, ad esempio, il conflitto tra i maiores e i minores — cioè tra il ceto nobiliare e le classi popolari — rappresentava una forte fonte di tensione. Francesco cercava di persuadere tutti che, al di là delle differenze sociali, erano realmente fratelli e sorelle.

Matthew Anderson: Quale corpus di scritti ci ha lasciato Francesco?

Jason Welle: A Francesco viene spesso attribuito il merito di essere il primo teologo in lingua volgare, poiché compose il Cantico delle Creature in volgare umbro. Gli altri suoi scritti sono invece in latino e consistono, per la maggior parte, in lettere indirizzate a diversi destinatari. Possediamo inoltre due versioni della Regola, che definiscono lo stile di vita dei frati: una prima versione, che non ottenne l’approvazione del Papa, e una seconda, successivamente approvata. A queste si aggiunge un testo noto come le Ammonizioni, nel quale Francesco raccoglie esortazioni e indicazioni di carattere spirituale rivolte ai suoi confratelli. Nel complesso, l’intera produzione scritta di Francesco corrisponde probabilmente a circa 150 pagine, e questo soltanto se corredate da un ricco apparato di note esplicative. In realtà, Francesco non scrisse molto. Nei suoi scritti egli si definisce idiota, termine latino che significa «privo di istruzione» o «non dotto». Si tratta però di un’espressione di umiltà, forse eccessiva, perché un’istruzione l’aveva ricevuta. Il suo latino, tuttavia, non era particolarmente raffinato. La sua formazione era quella tipica che una famiglia benestante e in ascesa poteva offrire a un giovane dell’epoca: le basi della lettura e della scrittura, unite allo studio dei testi scolastici più comuni. Il testo fondamentale della sua educazione fu il Salterio; grazie ad esso Francesco acquisì una profonda familiarità con i Salmi e imparò gran parte del suo latino.

Matthew Anderson: Passiamo ora all’incontro tra Francesco e al-Malik al-Kāmil (ca. 1177–1238), il sultano ayyubide d’Egitto. Un’interpretazione di questo episodio sostiene che Francesco fosse contrario alla guerra in corso; un’altra, invece, che il suo obiettivo principale fosse evangelizzare. Che cosa accadde realmente e perché questo incontro ha assunto un’importanza così grande nel corso dei secoli?

Jason Welle: Durante la Quinta Crociata, Francesco annunciò ai suoi confratelli l’intenzione di partire in missione verso quella che chiamava Siria, termine che all’epoca indicava l’intero Oriente. Dopo una breve sosta, raggiunsero Damietta, città portuale dell’Egitto settentrionale, teatro del celebre incontro tra Francesco e il Sultano. Francesco e almeno un altro frate arrivarono all’accampamento crociato proprio mentre i crociati stavano preparando l’assalto alla fortezza musulmana della città. Secondo le fonti, Francesco cercò di dissuadere i soldati dall’intraprendere quella battaglia, sostenendo che avrebbe avuto un esito disastroso. Non è però chiaro se la sua opposizione fosse motivata da una convinzione di principio — ciò che oggi definiremmo pacifismo, ossia l’idea che i cristiani non dovessero combattere contro i musulmani e che la guerra fosse incompatibile con il Vangelo — oppure se derivasse da un’intuizione profetica che gli faceva prevedere il fallimento dell’assalto. Una possibile interpretazione delle fonti è che Francesco non fosse contrario all’assedio in sé, ma ritenesse semplicemente che il momento scelto fosse inopportuno e che sarebbe stato meglio attendere ancora qualche settimana o qualche mese prima di attaccare. In ogni caso, il suo consiglio non fu ascoltato. L’assedio venne lanciato e si concluse con una pesante sconfitta: le truppe cristiane subirono gravi perdite e furono costrette a ritirarsi.

Da quel momento seguì una tregua temporanea. Fu allora che Francesco si rivolse al cardinale Pelagio, comandante delle forze crociate, chiedendogli il permesso di attraversare disarmato le linee del fronte per tentare di incontrare il Sultano. Così Francesco e uno dei suoi confratelli attraversarono la terra di nessuno senza portare armi e chiesero semplicemente di essere condotti dal sultano. In qualche modo furono accompagnati all’accampamento musulmano e riuscirono a incontrare al-Malik al-Kāmil. L’ipotesi più plausibile è che i musulmani ritenessero quei due religiosi portatori di un messaggio o coinvolti in qualche forma di iniziativa diplomatica. Furono accolti con rispetto e potrebbero perfino essere rimasti nell’accampamento musulmano per circa due settimane. Non sappiamo quante volte Francesco abbia parlato con il Sultano. Tutte le fonti che possediamo sono in latino: alcune furono scritte da francescani, altre da autori estranei all’Ordine. Nonostante la diversa provenienza, esse concordano nel descrivere il Sultano come un sovrano che accolse Francesco con benevolenza, lo ascoltò e lo trattò con grande rispetto.

Le fonti attribuiscono generalmente due motivazioni all’iniziativa di Francesco. La prima è il desiderio del martirio, un tema ricorrente nell’agiografia medievale; la seconda è la volontà di predicare al Sultano per convertirlo al Cristianesimo. In questo senso si potrebbe parlare di una missione orientata alla pace: se il sovrano e il suo esercito si fossero convertiti, la pace sarebbe derivata dalla condivisione della stessa fede. In ogni caso, le fonti si soffermano soprattutto sulle intenzioni di Francesco. Se egli predicò realmente al Sultano, non sappiamo che cosa disse né in quale lingua lo fece. È probabile che non disponesse di un interprete. Alcuni membri della corte del Sultano conoscevano il latino, ma le fonti non forniscono elementi sufficienti per ricostruire concretamente lo svolgimento dell’incontro. Ciò che sappiamo con certezza è che, dopo un certo periodo, a Francesco fu permesso di lasciare il campo musulmano e gli venne rilasciato un salvacondotto. Riuscì quindi a tornare vivo, circostanza piuttosto insolita per l’epoca.

Vorrei ora tornare sulla questione delle intenzioni. Oggi molti ammiratori di san Francesco sostengono che egli desiderasse dialogare con il Sultano per favorire la comprensione reciproca attraverso una missione di pace. In realtà, le fonti medievali non affermano questo. Esse parlano soprattutto del suo desiderio di conseguire il martirio e della volontà di predicare il Vangelo. Entrambi sono temi ricorrenti della letteratura agiografica. L’idea che Francesco aspirasse al martirio è, per certi aspetti, del tutto plausibile, perché la sua spiritualità si era formata attraverso la lettura delle vite dei santi. Non mi sorprenderebbe affatto se avesse desiderato seguire il loro esempio. Allo stesso tempo, credo che, se gli aveste chiesto quali fossero i suoi progetti prima della partenza o durante il viaggio verso l’Egitto, probabilmente non avrebbe saputo dare una risposta univoca. Io vedo Francesco come una persona così profondamente guidata dallo Spirito da poter rispondere in modo diverso a seconda del momento. Avrebbe parlato della predicazione del Vangelo, della pace, della fraternità, della testimonianza cristiana e di molte altre cose. Per me, tuttavia, l’aspetto davvero decisivo non riguarda tanto ciò che Francesco intendeva fare, quanto ciò che accadde dopo.

Quando fece ritorno in Italia, la fraternità era cresciuta in maniera straordinaria. Al suo interno erano sorte numerose tensioni e apparve evidente la necessità di dotarsi di una regola di vita scritta, approvata ufficialmente dal Papa. Francesco iniziò così a redigere una Regola e vi inserì un capitolo dedicato ai frati inviati in missione. Si trattava della prima regola di una comunità religiosa cattolica a contenere un capitolo specificamente dedicato alla missione. Francesco vi descrive il comportamento dei frati che si recano inter Saracenos, cioè «tra i Saraceni», e più in generale tra i non cristiani. Secondo lui esistevano due modalità di vivere questa missione. La prima consisteva nell’evitare dispute e controversie, nell’accettare l’autorità dei Saraceni e nel sottomettersi alle loro leggi, continuando però a testimoniare con coerenza la propria fede cristiana. La seconda prevedeva invece che, quando i frati avessero riconosciuto che ciò corrispondeva alla volontà del Signore, annunciassero apertamente il Vangelo e invitassero i non credenti a ricevere il battesimo nel nome della Santissima Trinità. Francesco presenta dunque entrambe le possibilità come legittime. La prima rappresenta una missione di presenza, priva di intento proselitistico, vissuta tra i musulmani. Nel pieno dell’epoca delle Crociate, l’idea che un missionario potesse stabilire una presenza pacifica tra i musulmani senza cercare immediatamente di convertirli e senza alimentare controversie costituiva una vera rivoluzione. Che cosa desiderasse realmente Francesco quando si recò dal Sultano? Che cosa pensasse sarebbe accaduto? Non lo sappiamo con precisione. Tuttavia, qualunque cosa sia avvenuta durante il suo soggiorno in Egitto, egli tornò in Italia riflettendo sulla possibilità che i suoi frati vivessero tra i musulmani come una presenza pacifica, fraterna e non proselitistica.

La Regola originariamente redatta da Francesco non fu approvata dal Papa, ma non a causa di questo capitolo. Il testo necessitava infatti di essere abbreviato e rielaborato per eliminare alcune ambiguità dal punto di vista del diritto canonico. La Regola successivamente approvata rimase un documento di straordinaria profondità spirituale. Tuttavia, l’elemento più innovativo — la distinzione tra le due modalità di vivere tra i Saraceni — apparteneva alla versione precedente, quella non approvata. Per questo motivo tale intuizione non ebbe un’ampia circolazione all’interno dell’Ordine francescano. L’episodio dell’incontro tra Francesco e il Sultano è diventato celebre perché è stato tramandato dalla tradizione agiografica. Tuttavia, questi racconti presentano soprattutto un Francesco animato dal desiderio del martirio e dalla volontà di predicare agli «infedeli» per convertirli. L’idea che quell’incontro potesse invece inaugurare una forma di presenza cristiana pacifica, rispettosa e non proselitistica tra i musulmani rimase soltanto un’intuizione fugace, che non venne pienamente recepita né sviluppata dalla tradizione successiva.

Matthew Anderson: Interessante. Mi sembra però che lei direbbe che tutto questo è una prova della complessità del pensiero di Francesco.

Jason Welle: Decisamente.

Matthew Anderson: Mi pare anche che non sia affatto semplice distinguere tra la tradizione agiografica e la realtà storica, soprattutto per quanto riguarda il racconto dell’incontro con il Sultano. Tuttavia, mi sembra di capire che la maggior parte degli storici ritenga che un incontro di questo genere sia realmente avvenuto e che, anche se Francesco fosse andato semplicemente per predicare, esso rappresenti comunque un momento di grande interesse nella storia delle relazioni tra Cristianesimo e Islam.

Potremmo allora tracciare un breve profilo di Raimondo Lullo (ca. 1232–1316) e spiegare perché ancora oggi venga considerato una figura di riferimento nelle riflessioni sul dialogo?

Jason Welle: Certamente. Raimondo Lullo era un terziario francescano vissuto alcuni decenni dopo Francesco ed è conosciuto soprattutto per la sua attività nell’isola di Maiorca. Se Francesco aveva indicato come possibile una presenza tra i musulmani senza liti né dispute, Lullo rappresenta quasi il modello opposto. Egli ricercava deliberatamente il confronto intellettuale, perché era un uomo di straordinario ingegno e riteneva di poter utilizzare la forza della ragione per condurre musulmani ed ebrei a riconoscere la verità del Cristianesimo. È celebre soprattutto per aver fondato a Miramar una scuola di lingua araba destinata alla formazione dei frati inviati nel Nord Africa per annunciare il Vangelo ai musulmani. Questa iniziativa precedette il Concilio ecumenico di Vienne (1311-1312), che avrebbe poi affermato esplicitamente l’importanza dello studio delle lingue ai fini della missione e disposto l’istituzione di cattedre dedicate all’arabo presso diverse università europee. Da questo punto di vista, Lullo fu decisamente in anticipo sui tempi. Egli comprese che i missionari dovevano essere preparati sia nella lingua araba sia nell’arte della disputa teologica, così da poter dimostrare razionalmente la verità del Vangelo.

Vi sono poi altri elementi che rendono la sua figura particolarmente interessante. Alcuni suoi scritti rivelano un sincero apprezzamento per la sapienza e la bellezza della tradizione islamica, espresso in termini che molti dei suoi contemporanei non erano in grado di comprendere. Naturalmente Lullo fu anche un polemista e un uomo dal carattere piuttosto irascibile: nessuno lo metterebbe in dubbio. Tuttavia, seppe riconoscere aspetti di autentica grandezza nell’Islam in una misura che pochissimi autori medievali riuscirono a fare. È proprio questo uno dei motivi per cui oggi continua a suscitare interesse: rappresenta una delle prime figure cristiane che cercarono realmente di comprendere la tradizione islamica dall’interno.

Lullo è inoltre famoso per aver ritenuto che gli strumenti logici della scolastica del suo tempo fossero insufficienti a dimostrare pienamente la verità della fede cristiana. Era convinto che fosse necessario elaborare un sistema completamente nuovo di ragionamento, che chiamò Ars (arte in latino). Per tutta la vita continuò a rielaborare questo immenso progetto, tanto che molti dei suoi contemporanei finirono per non comprenderlo. Ancora oggi gli studiosi che se ne occupano sono relativamente pochi, proprio perché il suo pensiero è di una creatività straordinaria. Egli costruì un sistema logico del tutto originale, rielaborando simboli e strutture concettuali in modo estremamente complesso. Si tratta di un’opera difficile da seguire, ma Lullo era convinto che soltanto attraverso un nuovo sistema logico fosse possibile dimostrare razionalmente la verità del Cristianesimo e favorire la conversione dei non credenti.

Una parte fondamentale della sua eredità consiste, più semplicemente, nell’aver sottolineato l’importanza della formazione linguistica dei missionari. Purtroppo, la scuola che Lullo aveva fondato per questo scopo non ebbe successo e cessò la propria attività dopo pochi anni. Si trattò di un’iniziativa di breve durata, ma che rappresentò comunque un momento significativo dal punto di vista storico. Una parte della sua eredità consiste nell’idea che chi predica debba conoscere e parlare la lingua delle persone alle quali si rivolge. L’altro aspetto della sua eredità è un progetto di straordinaria creatività e ambizione, insieme metafisico e logico, che non giunse mai a pieno compimento. Oggi esso è apprezzato soprattutto da una ristretta cerchia di studiosi che continua a dedicarsi al suo pensiero. Il corpus delle sue opere è vastissimo e richiede un’intera vita di studio per poter essere compreso nella sua interezza.

Matthew Anderson: Si può dire che Lullo avesse una buona conoscenza del pensiero islamico? Esistono prove del fatto che abbia studiato approfonditamente il Corano?

Jason Welle: Lullo è una figura complessa. Acquistò come schiavo un musulmano allo scopo di imparare da lui la lingua araba e, in seguito, lasciò la moglie e la famiglia per dedicarsi interamente alla predicazione. Pur non essendo stato ordinato sacerdote, apparteneva al Terz’Ordine francescano: era quindi animato dallo spirito di san Francesco, pur continuando a vivere nel mondo come laico. Ci troviamo dunque di fronte a una persona che acquistò un musulmano per apprendere da lui la sua lingua e la sua tradizione, e che successivamente abbandonò la propria famiglia per dedicarsi ai propri studi e all’attività missionaria. Dal punto di vista morale, Lullo è una figura tutt’altro che semplice da valutare. La sua conoscenza dell’arabo era straordinaria. Oltre al Corano, studiò numerose altre fonti della tradizione islamica. Credo che i suoi principali interessi fossero la filosofia e il kalām, ossia la teologia speculativa islamica. Del resto, era un teologo scolastico e, con ogni probabilità, conosceva almeno in parte anche la tradizione esegetica del Corano e alcuni testi della giurisprudenza islamica.

Matthew Anderson: Interessante. Potrebbe delineare altri momenti o figure importanti dell’impegno francescano nei confronti dell’Islam?

Jason Welle: Nel corso della storia, il ricordo dell’incontro tra san Francesco e il Sultano è stato interpretato in modi molto diversi. Per alcuni, Francesco è stato ricordato come un crociato: un uomo che accompagnava le truppe, pienamente coinvolto nella guerra e impegnato nella crociata con una spada diversa, quella della fede, ma comunque pienamente parte del progetto crociato. Questa interpretazione fu particolarmente diffusa durante l’epoca coloniale. Altri hanno visto in lui una sorta di colonizzatore, convinto di portare civiltà e cultura a quelli che venivano considerati i «barbari arabi». Nel XX secolo, invece, l’immagine prevalente è diventata quella di Francesco come uomo di pace, capace di guardare al Sultano non come a un nemico o a una creatura ostile, ma come a un fratello. È per questo che il loro incontro viene spesso presentato come un raggio di luce in un’epoca segnata dalla violenza.

Sottolineo questo aspetto perché, quando si parla del rapporto tra francescani e Islam, si tende spesso a passare direttamente da san Francesco a Papa Francesco. Si passa cioè dal santo che incontrò il Sultano e instaurò con lui una forma di avvicinamento al pontefice che ha dedicato una parte significativa del suo ministero alla promozione di relazioni più costruttive tra cristiani e musulmani. Così facendo, però, si finisce per trascurare tutto ciò che è accaduto nei secoli intermedi. Proprio su questo tema sto lavorando a un libro dedicato più in generale alla tradizione francescana e al suo incontro con il mondo musulmano. Non intendo sostenere che esista un’unica posizione francescana nei confronti dell’Islam. La famiglia francescana è una realtà complessa, mutevole e difficile da ricondurre a un orientamento unitario. Al suo interno convivono molte personalità e sensibilità differenti. Vorrei mettere in luce alcune di queste diverse risposte, che considero tutte autenticamente francescane: uomini animati dallo spirito del fondatore, ma capaci di svilupparne l’eredità in direzioni differenti.

Raimondo Lullo è uno di questi. Egli si considerava un fedele discepolo di Francesco, ma interpretava la missione soprattutto attraverso la disputa intellettuale. Un’altra figura alla quale mi sono dedicato recentemente è Tommaso Obicini (1585-1632). Era un frate dell’Italia settentrionale che operò in Terra Santa all’inizio del XVII secolo. Durante il suo soggiorno ricoprì l’incarico di custos, cioè superiore dei frati di Terra Santa, e fu coinvolto in numerose questioni di rilievo. Rientrato in Italia, fondò a Roma una cattedra di lingua araba destinata a diventare un’iniziativa di lunga durata. Per quel ramo della famiglia francescana essa costituì il principale centro di formazione missionaria per oltre due secoli, presso il convento di San Pietro in Montorio. Obicini e i suoi collaboratori nutrivano una fiducia quasi assoluta nella grammatica. Erano convinti che, padroneggiando perfettamente la lingua araba, avrebbero potuto confrontarsi con i musulmani sul loro stesso terreno. Ritenevano che missionari capaci di conoscere l’arabo meglio degli stessi musulmani sarebbero stati in grado di dimostrare la verità della fede cristiana. Era una fiducia straordinaria nel potere persuasivo della parola. Per me è stato particolarmente interessante studiare e scrivere di questa figura, perché oggi l’idea che le parole possano davvero convincere le persone gode di molto meno credito, per ragioni diverse. C’è qualcosa di sorprendentemente edificante nell’incontrare una persona così profondamente convinta che, semplicemente sapendo disporre correttamente soggetto, verbo e complemento in una frase, fosse possibile conquistare il cuore dell’interlocutore. Tommaso Obicini, morto a Roma nel 1632, rappresenta un eccellente esempio di frate coraggioso e instancabile, che dedicò la propria vita all’incontro e al confronto con l’Islam.

Un’altra figura di cui mi occuperò nel libro – e questa potrebbe sorprendere molti – è Louis Massignon (1883-1962). Non era un frate, bensì un terziario francescano, profondamente ispirato dallo spirito di san Francesco. Massignon era un orientalista francese che, durante un soggiorno in Iraq nel 1908, attraversò una profonda crisi psicologica e spirituale. Proprio in quell’occasione visse una riscoperta della fede cattolica, che fino ad allora non aveva avuto un ruolo particolarmente importante nella sua vita. Ritrovò la propria fede grazie all’ospitalità ricevuta dai musulmani e attraverso lo studio approfondito delle grandi opere del misticismo islamico classico. Da un lato, Massignon divenne quasi un «apostolo dell’Islam», nel senso che fece conoscere al mondo accademico francofono intuizioni straordinarie tratte dalle fonti classiche dell’Islam. Dall’altro, il suo profondo amore per la tradizione islamica alimentò una devozione cattolica sempre più intensa, resa però più complessa dalla conoscenza dell’Islam e delle grandi figure religiose che popolavano il suo immaginario spirituale.

Uno degli elementi più caratteristici del suo pensiero è l’idea della vittima sostitutiva, cioè della persona che offre se stessa in sacrificio al posto degli altri. Massignon vedeva in Gesù Cristo il modello perfetto di questa realtà: colui che dona la propria vita per gli altri offrendo se stesso sulla croce. Nella sua visione esiste una sorta di costellazione di figure sante che, nel corso della storia, hanno riprodotto questo stesso gesto di offerta totale. Tra queste vi è san Francesco d’Assisi, il quale ricevette le stimmate – le cinque piaghe di Cristo – proprio perché aveva conformato in modo perfetto la propria esistenza al sacrificio di Cristo sulla croce. Per Massignon, Francesco fu il primo santo a portare sul proprio corpo quelle ferite proprio in virtù di questa piena identificazione con Cristo. Secondo Massignon, anche figure non cristiane potevano partecipare a questa forma di sacrificio vicario. Tra esse occupava un posto centrale al-Ḥusayn ibn Manṣūr al-Ḥallāj (858-922), grande asceta musulmano giustiziato con l’accusa di eresia. Nell’immaginazione religiosa di Massignon, Cristo occupa il centro della storia della salvezza, ma attorno a lui si dispongono al-Ḥallāj, san Francesco, Maria Antonietta, Giovanna d’Arco e un’intera costellazione di uomini e donne che si sono offerti completamente per gli altri e attraverso i quali Dio continua a rinnovare la storia dell’umanità.

Massignon è un’altra figura che esercitò una notevole influenza negli ambienti francescani proprio per il ruolo centrale che san Francesco occupava nella sua spiritualità. Alcune delle sue interpretazioni oggi non sono più generalmente condivise. Era una personalità decisamente originale e fuori dagli schemi, ma fu anche uno dei più importanti orientalisti del XX secolo, capace di alimentare continuamente un fecondo dialogo tra la profondità della sua fede religiosa e il rigore della sua ricerca intellettuale. Mi piace pensare che questo sia proprio il tipo di sintesi che san Francesco avrebbe profondamente apprezzato. Quando sant’Antonio di Padova (1195-1231), che aveva ricevuto un’ottima formazione prima di seguire Francesco, entrò nell’Ordine, era ancora aperta una questione fondamentale: i frati dovevano avere accesso ai libri? La vita intellettuale era inevitabilmente legata all’orgoglio? Sant’Antonio scrisse a san Francesco chiedendogli se fosse opportuno insegnare teologia ai confratelli. Francesco gli rispose con una breve lettera nella quale affermava: «Ho piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati, purché in questa occupazione, non estingua lo spirito dell’orazione e della devozione». Cito questo episodio perché Massignon incarnava perfettamente questo ideale. Era uno studioso che scriveva di grammatica araba, di sintassi delle lingue semitiche, di sistemi di pesi e misure nell’economia della Baghdad del IX e X secolo. Possedeva una mente enciclopedica, ma questo straordinario impegno intellettuale non soffocò mai il suo spirito di preghiera e di devozione. In questo senso, Massignon rappresenta una realizzazione esemplare di una delle intuizioni fondamentali dello stesso san Francesco.

Matthew Anderson: Che cosa faceva in Iraq all’inizio del XX secolo? Si trovava lì semplicemente come orientalista e studioso della regione?

Jason Welle: Il suo primo soggiorno nel mondo islamico fu in Marocco, durante il servizio prestato nell’esercito francese. Quando arrivò a Baghdad era coinvolto, almeno in parte, in una spedizione archeologica, se ricordo correttamente, ma svolgeva anche incarichi per conto del governo francese. Una parte della crisi psicologica di cui parlavo poco fa derivò proprio dal fatto che le autorità ottomane lo accusarono di essere una spia e lo imprigionarono per un breve periodo.

Matthew Anderson: Quindi non si trovava lì come rappresentante ufficiale della Chiesa?

Jason Welle: No. Tutto questo venne in seguito. In quel periodo era al servizio dello Stato francese.

Matthew Anderson: Spostiamoci per un momento sull’Ordine francescano. Che cos’è la Custodia di Terra Santa e quale importanza le attribuisce?

Jason Welle: Se pensiamo ai frati francescani, cioè agli uomini che seguono la Regola di san Francesco e ne professano i voti, oggi esistono tre principali rami dell’Ordine. Il gruppo più numeroso è quello dei Frati Minori, che conta attualmente circa dodicimila membri nel mondo. Vi sono poi i Cappuccini, con circa diecimila frati, e infine i Frati Minori Conventuali, che sono all’incirca quattromila.

I Frati Minori sono organizzati in province geografiche distribuite nei diversi Paesi del mondo. Esiste però una circoscrizione del tutto particolare, una sorta di provincia sui generis, chiamata Custodia di Terra Santa. Essa comprende Israele, Palestina, Libano, Siria, Giordania, parte dell’Egitto, oltre a Cipro e all’isola di Rodi in Grecia. Tutti questi territori del Mediterraneo orientale rientrano nella competenza della Custodia, che occupa un posto di assoluto prestigio all’interno dell’Ordine dei Frati Minori. Essa è considerata la prima missione dell’Ordine e probabilmente proprio per questo motivo conserva il nome di «Custodia» anziché quello di «Provincia». Per questa ragione, se tutte le province francescane sono liete di inviare alcuni dei propri membri nelle missioni, ogni comunità prova una soddisfazione particolare quando riesce a destinare un frate alla Terra Santa, perché quella missione gode di una sorta di priorità storica ed è direttamente collegata all’esempio di san Francesco.

Quando Francesco giunse in Oriente, alcuni frati erano già presenti sul posto. Tra essi vi era frate Elia, che in seguito sarebbe diventato ministro generale dell’Ordine. Dunque, ancora prima del viaggio di Francesco, esisteva già una piccola presenza francescana nel Mediterraneo orientale. L’evento realmente decisivo si verificò però nel XIV secolo, quando il Papa affidò ufficialmente ai francescani la custodia di alcuni dei principali luoghi santi cattolici in Terra Santa. Ancora oggi, chi compie un pellegrinaggio in Terra Santa incontra quasi ovunque frati francescani presso i principali santuari cattolici, perché è a loro che il pontefice ha affidato il compito di custodire questi luoghi, garantendo ai pellegrini la possibilità di pregare in sicurezza e con il dovuto raccoglimento. Quando ricevettero questo incarico, i santuari affidati erano soltanto pochi. Il titolo principale del responsabile della Custodia è infatti quello di Guardiano del Monte Sion, in riferimento alla chiesa che custodisce il Cenacolo, il luogo dove, secondo la tradizione cristiana, Gesù celebrò l’Ultima Cena con i suoi discepoli. Nel corso dei secoli, tuttavia, il numero dei luoghi affidati ai francescani è cresciuto notevolmente e comprende oggi il Santo Sepolcro di Gerusalemme, la Basilica della Natività a Betlemme e la Basilica dell’Annunciazione a Nazaret, il santuario che Tommaso Obicini contribuì ad acquisire attraverso una complessa trattativa. I frati sono ormai parte integrante del paesaggio umano e spirituale della Terra Santa proprio perché, secoli fa, il Papa affidò loro questa missione, che essi hanno cercato di svolgere senza interruzione fino ai nostri giorni.

La missione della Custodia non riguarda soltanto i luoghi santi, ma comprende anche il servizio alle comunità cristiane locali. In tutti questi Paesi esistono infatti piccole comunità cattoliche autoctone. I frati si prendono cura delle parrocchie, assistono i fedeli e gestiscono scuole e numerose opere caritative. Credo che la Custodia guardi con particolare orgoglio proprio alle proprie scuole, alcune delle quali rappresentano autentici laboratori di convivenza. In esse bambini appartenenti a diverse Chiese cristiane studiano insieme ai loro coetanei musulmani, imparando fin da piccoli a vivere in armonia. In questo senso, la più importante opera di costruzione della pace svolta oggi dai francescani in Medio Oriente è proprio quella educativa portata avanti dalla Custodia. Anche i Conventuali e i Cappuccini sono presenti in diverse aree del Medio Oriente, ma la presenza storicamente più radicata e numericamente più consistente resta quella dei Frati Minori riuniti nella Custodia di Terra Santa.

Matthew Anderson: Potrebbe dire qualcosa anche sul panorama francescano in Egitto?

Jason Welle: Fino a pochi decenni fa tutto l’Egitto apparteneva alla Custodia di Terra Santa. Successivamente, però, i frati francescani egiziani iniziarono a discutere della possibilità di costituire una propria provincia autonoma. Le ragioni principali erano due.

La prima era l’elevato numero di vocazioni locali. Gli egiziani disponevano ormai di un numero sufficiente di frati per sostenere una provincia indipendente, mentre la Custodia di Terra Santa, nel suo complesso, continua a dipendere dall’arrivo di religiosi provenienti dalle province francescane di tutto il mondo. Le vocazioni nate direttamente in Terra Santa, infatti, non sono sufficienti a garantire il personale necessario per tutte le fraternità e i ministeri presenti nella regione. In Egitto, invece, la situazione era decisamente più favorevole.

La seconda ragione riguardava l’appartenenza ecclesiale dei nuovi frati. Molti degli egiziani che entravano nell’Ordine provenivano dalla tradizione copta e, qualora fossero stati destinati a Israele, Palestina, Siria o in altri Paesi della Custodia, si sarebbero trovati a vivere al di fuori della tradizione liturgica della propria Chiesa.

Molti accettavano questa situazione con grande generosità, ma allo stesso tempo maturò il desiderio di costituire una provincia nella quale fosse possibile conservare la propria appartenenza rituale copta pur continuando a vivere all’interno della più ampia tradizione francescana latina. Poiché il numero di nuove vocazioni lasciava prevedere una crescita stabile anche per il futuro, una parte dei frati diede vita alla nuova Provincia francescana d’Egitto. Oggi la Custodia di Terra Santa conserva in Egitto un’unica fraternità, situata nel quartiere di Musky, al Cairo. Tutti gli altri conventi francescani del Paese appartengono invece alla Provincia egiziana. La loro attività principale è il servizio pastorale nelle parrocchie. I frati amministrano numerose parrocchie di grandi dimensioni, dirigono alcune scuole e gestiscono anche importanti istituzioni culturali. A Giza, ad esempio, amministrano una biblioteca di particolare rilievo, nella quale organizzano proiezioni cinematografiche, incontri culturali e dibattiti. In questo modo i francescani cercano di essere un luogo di incontro e di dialogo, favorendo relazioni positive sia tra le diverse confessioni cristiane sia tra cristiani e musulmani all’interno della società egiziana.

Matthew Anderson: Ha un’idea di quanti siano oggi i francescani presenti in Terra Santa o in Egitto?

Jason Welle: Credo che la Provincia egiziana conti all’incirca un centinaio di frati. La Custodia di Terra Santa è più difficile da quantificare, perché comprende Giordania, Egitto, Libano, Siria, Israele, Palestina e anche Cipro. Nel complesso si aggira probabilmente intorno ai trecento frati. Le cifre, però, sono piuttosto variabili, perché molti religiosi vengono inviati temporaneamente dalle diverse province del mondo per prestare servizio in Terra Santa. Normalmente questi incarichi durano tre o sei anni e possono essere rinnovati. Alcuni rimangono più a lungo, altri rientrano nelle rispettive province. Di conseguenza, una parte significativa dei frati presenti nella Custodia vi soggiorna soltanto per un periodo limitato. Da secoli la Custodia di Terra Santa è una realtà estremamente articolata, composta da molte componenti in continuo movimento, e rappresenta probabilmente la struttura più complessa dell’intera famiglia francescana.

Matthew Anderson: Molto interessante. La ringrazio per questa conversazione e per il tempo che ci ha dedicato.

Jason Welle: Grazie a voi.

Jason Welle

Jason Welle

Professore associato di teologia comparata presso il Boston College. I suoi principali ambiti di ricerca comprendono le relazioni tra cristianesimo e islam, l’esoterismo islamico, la tradizione francescana e l’etica. È autore del volume Companionship and Virtue in Classical Sufism: The Contribution of al-Sulamī (I.B. Tauris, Londra, 2024), nonché di numerosi articoli e traduzioni. Dopo aver ricoperto diversi incarichi presso il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (PISAI) di Roma, nel 2023 ha assunto l’attuale posizione al Boston College. Sta attualmente lavorando a una monografia dedicata al rapporto della tradizione francescana con l’islam.