Luoghi di culto o culto dei luoghi?
Dapprima osteggiata frontalmente e vituperata dai suoi detrattori, poi contraffatta e manipolata da sedicenti credenti, la religione nelle sue forme e nella sua essenza è costantemente sotto attacco.
Due episodi sono indicativi di questo assedio intellettuale e persino “fisico”.
In un articolo pubblicato su Sacrum et Polis la professoressa Elisabetta Colagrossi spiega come in India sia in atto un revisionismo storico – che di storico, come dimostra la professoressa, non ha nulla – volto a negare l’appartenenza religiosa di alcuni luoghi di culto musulmani per assoggettarli a una fittizia identità nazional-confessionale. La propaganda si spinge a tal punto da pilotare l’archeologia, la cinematografia e la storia per rivendicare un’inconsistente associazione del Taj-Mahal a un’ideologia politica.
Il secondo episodio rilevante è la reazione scatenata dalla preghiera che un fedele musulmano ha svolto all’interno della Basilica di San Pietro a Roma, centro della spiritualità cristiana cattolica. Alcuni, autoproclamatisi difensori della tradizione, hanno visto in questo gesto un atto irriguardoso o addirittura un tentativo di colonizzazione. Cosa scatena dunque questa reazione? Il fatto che un uomo stia pregando o il fatto che lo stia facendo secondo un’ortoprassi differente rispetto a quella di chi osserva? Oppure entrambe le cose?
Ci sono due errori di prospettiva in questi atteggiamenti. Un errore è quello di trasformare il simbolo in un idolo. Un luogo di culto è un centro spirituale, cioè un collegamento diretto tra un Ordine superiore e questo mondo ed è il luogo fisico che permette la vitalità e l’attualità di questa comunicazione. Trasformare questo simbolo in una piazzaforte politica o in una sede di partito significa soffocare questa dinamica spirituale tra cielo e terra e interrompere la dinamica tra il Centro e un centro, commettendo una grave inversione. Dai luoghi di culto si passa dunque miseramente al culto dei luoghi.
Un secondo errore è quello dell’esclusivismo confessionale che porta a pretendere che la propria tradizione sia l’unica salvifica. Le altre religioni, quali che esse siano, sono magari interessanti da un punto di vista letterario, filosofico, storico e monumentale, soprattutto quando sono in sintonia con le proprie convinzioni filosofiche ma, in fondo, non conducono realmente a Dio. Si scade così dal monoteismo alla monolatria. Inoltre, si infiltra un ragionamento che vuole costantemente vedere negli altri fedeli dei conquistatori di luoghi di culto non rendendosi conto che si è diventati esattamente ciò che si accusa gli altri di essere. Proprio in India una grande sapiente, Muhammad Dara Sikoh, insegnava che le provvidenziali differenze teologiche tra Induismo e Islam possono essere superate dandone un’interpretazione metafisica, la quale dimostra come tutte le dottrine ortodosse abbiano un'unica finalità, il ricollegamento a Dio.
Nella confusione in cui viviamo, tuttavia, si rischia di confondere il fedele che prega a San Pietro con il politico nazionalista indiano e quest’ultimo come rappresentante autentico nella nobile tradizione primordiale dell’Induismo.
A tal proposito, un interessante articolo di Paolo Gamberisi commenta l’episodio del credente musulmano che prega all’interno della Basilica di San Pietro. L’autore, piuttosto che farsi guidare da opinioni personali o ideologiche, cerca di interpretare il fatto a partire da riferimenti dottrinali. Il primo è tratto dal Vangelo di Giovanni. È l’episodio in cui la Samaritana chiede a Gesù quale sia il luogo di adorazione di Dio. Gesù risponde: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre»; poiché «i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità»[1]. Gesù non afferma la relatività dei luoghi ma la priorità spirituale dell’adorazione e del ricollegamento costante a Dio. Il secondo riferimento di Gamberisi è relativo alla Storia Sacra dell’Islam. Una delegazione di cristiani arabi si era recata a Medina per visitare il Profeta Muhammad e parlare con lui della natura e dell’identità del Cristo nella Masjid al-Nabawi, la Moschea del Profeta. Giunto il tempo della preghiera, i cristiani danno la priorità alla sacralizzazione del tempo e iniziano la celebrazione. A qualcuno che avrebbe voluto impedirlo, il Profeta Muhammad rispose: «Lasciateli pregare».
Ci permettiamo di aggiungere altri due esempi che possono essere di sostegno nella comprensione della sacralità dei luoghi di culto e dell’importanza del tempo e dello spazio della preghiera.
L’emiro Shaizar Usama ibn Mundiq, narra che nel XII secolo il Haram al-Sharif di Gerusalemme era occupato dai Franchi che consentivano ai musulmani la visita e la preghiera presso il luogo sacro. I cavalieri Templari che abitavano nei pressi della moschea Al-Aqsa invitarono l’emiro alla preghiera. Questi, durante il rito venne disturbato da un uomo che avrebbe voluto interromperlo ma i cavalieri lo bloccarono e lo redarguirono scusandosi poi con l’emiro.
Un altro episodio significativo è la visita che Omar, accompagnato dal patriarca Sofronio, fece al Santo Sepolcro. Giunta l’ora della preghiera gli si propose di compierla all’interno della chiesa ma il califfo si rifiutò perché voleva evitare di creare un precedente che mettesse a rischio la natura del luogo di culto cristiano. Pregò invece pochi metri più in là, in prossimità degli scalini orientali dove inseguito sarebbe stata eretta la moschea di Omar, tuttora esistente.
L’esempio del Profeta Muhammad che sostiene la preghiera, la chiarezza di Gesù che subordina tutto alla priorità spirituale, la saggezza di Omar che, sempre seguendo il modello del Profeta dell’Islam, decide invece di pregare altrove sono delle ispirazioni di rispetto delle forme senza associazioni isteriche o prepotenti ad esse e non hanno nulla a che vedere con la mala fede del propagandista né con la cecità dei polemisti.
Si vede la grande attualità dell’opera di rinnovamento di Gesù che caccia dal tempio i mercanti che lo stavano dissacrando. Questi falsari da allora fino a oggi hanno costruito dei templi alternativi intorno al vero tempio che hanno cercato in tutti i modi di far capitolare persino tentando di entrare non più con l’aspetto dei mercanti ma travestiti da sacerdoti. Così le loro nefandezze vengono attribuite anche ai veri sacerdoti e per molti diventa difficile distinguere gli impostori dai sinceri. Hanno infatti persino imparato a usare le parole e i riferimenti dei custodi del tempio ma c’è una grande differenza tra queste due categorie di uomini: l’ispirazione e, di conseguenza, l’intenzione che li muove.
Quale risposta allora può giungere dai credenti di fronte a questo assedio e seguire un’ispirazione superiore?
Non certo lo scontro sciocco e polarizzante con i corruttori che vogliono neutralizzare i luoghi di culto. La reazione è forse quella di cercare il sostegno reciproco tra credenti, riconoscere l’ortodossia delle tradizioni, rifuggire il sincretismo esotico e la rigidità formale, seguire gli insegnamenti dei profeti, dei santi e dei maestri. Questo per elevarsi dal particolare all’universale per ricordare e vivere l’Unicità di Dio, vera e unica ragion d’essere di ogni luogo di culto presente su questo mondo.
[1] Gv 4, 21-24.