Taj Mahal: un edificio e le sue anime
«Hai lasciato che il tuo potere regale svanisse, Shah Jahan,
ma il tuo desiderio era rendere impagabile
una lacrima d’amore. [...]
Sebbene gli imperi crollino in polvere e i secoli
si perdano nelle ombre, il marmo ancora sospira
alle stelle: “Io ricordo”».
(Rabindranath Tagore, Lover’s Gift and Crossing, 1918)
Quando i viaggiatori europei si trovarono per la prima volta di fronte al Taj Mahal, il loro primo impulso fu quello di cercare un termine di paragone, senza tuttavia trovarlo. Peter Mundy, mercante inglese della Compagnia delle Indie Orientali, lo vide ancora in costruzione nel 1632 e annotò nel suo diario che il cantiere procedeva con costo e fatica straordinari, con l’oro e l’argento trattati come metalli comuni e il marmo come pietra ordinaria[1]. Trent’anni dopo, il medico e filosofo francese François Bernier, che aveva trascorso oltre un decennio alla corte moghul come medico personale di Aurangzeb, scrisse che l'edificio, «quella bellezza straordinaria e celebrata», meritava di essere considerato tra le meraviglie del mondo «assai più di quelle masse informi e di quei monconi di pietra egiziani»[2]. Tra le diverse testimonianze che tra Sette e Ottocento avrebbero alimentato questa rappresentazione, le parole del pittore britannico William Hodges mostrano come ogni comparazione finisse per decadere: «l’insieme appare come una perla perfettissima su uno sfondo azzurro. L’effetto è tale che, lo confesso, non l’ho mai provato di fronte ad alcuna opera d’arte»[3]. A suscitare quello stupore era un mausoleo costruito tra il 1632 e il 1653 per volontà di Shah Jahan in memoria della sposa prediletta, Arjumand Banu Begum (nota con il titolo di Mumtaz Mahal), morta di parto nel 1631. Il complesso, organizzato attorno a un giardino di tradizione persiano- moghul, integra spazio funerario, richiami paradisiaci islamici e rappresentazione del potere dinastico in un progetto architettonico unitario[4]. Lo stesso Shah Jahan, deposto dal figlio Aurangzeb nel 1658, vi fu sepolto accanto alla consorte, concludendo la propria vita prigioniero nel palazzo da cui il mausoleo era visibile.
In quelle prime descrizioni, il Taj Mahal cominciava già a trasformarsi: da mausoleo dinastico commissionato secondo precise coordinate islamiche, a oggetto di uno stupore che trascendeva ogni categoria familiare. È in questo slittamento percettivo, più che in un atto fondativo, che prende avvio la lunga storia delle sue reinterpretazioni.
1. La stratificazione degli spazi sacri
Quel monumento, che per secoli ha resistito a qualsiasi tentativo di descrizione adeguata, è oggi il sito turistico più visitato dell’India, patrimonio dell’umanità UNESCO dal 1983, e icona globale dell’amore romantico riprodotta su milioni di souvenir, manifesti pubblicitari e copertine di riviste. Una visibilità così universale porta inevitabilmente con sé il peso delle interpretazioni, e tra queste, come si vedrà, anche rivendicazioni sulla sua identità religiosa originaria. La contesa sugli spazi sacri, del resto, non è fenomeno eccezionale: è una costante nella storia delle religioni. Monumenti, templi e luoghi di culto hanno cambiato funzione, identità e proprietari simbolici nel corso dei secoli, lasciando stratificazioni che ancora oggi alimentano conflitti profondi.
Tra gli esempi oggi più discussi c’è la Grande Moschea di Córdoba, basilica visigotica di San Vincenzo, poi moschea umayyade dall’VIII secolo, poi cattedrale cristiana dopo la Reconquista, oggi Catedral-Mezquita, al centro di un’accesa controversia patrimoniale e simbolica sull’uso del sito. Hagia Sophia ha conosciuto un percorso analogo: basilica paleocristiana, cattedrale ortodossa, moschea ottomana dal 1453, museo dal 1934, moschea nuovamente dal 2020 per decisione del governo Erdoğan.
Il subcontinente indiano offre numerosi esempi nei quali la stratificazione storica dei luoghi religiosi è stata successivamente reinterpretata e trasformata in una questione di appartenenza religiosa. Un caso importante è quello della moschea Gyanvapi di Varanasi, costruita nel XVII secolo da Aurangzeb parzialmente sui resti del tempio di Kashi Vishwanath e ancora oggi adiacente al tempio ricostruito. Qui il conflitto ha una base materiale indiscutibile, perché la stratificazione è fisicamente presente nell’architettura e nella topografia del sito, nonché documentata nelle cronache contemporanee. La questione di Ayodhya – città natale di Rama secondo una tradizione vaishnava, sede della moschea Babri costruita nel XVI secolo e demolita da una folla il 6 dicembre 1992 – si fondava su una storia interpretata in modo radicalmente diverso dalle parti in conflitto. La sentenza della Corte Suprema del 2019 in M. Siddiq v. Mahant Suresh Das ha risolto la disputa in sede di diritto civile proprietario, a favore della costruzione di un tempio hindu, occupando implicitamente una posizione teologica.
Si tratta di luoghi nei quali la sacralità è stata prodotta da secoli di azione rituale stratificata, e nei quali il conflitto nasce da questa densità storica effettiva.
Al Taj Mahal nulla di tutto questo è verificabile. Il sito non conserva traccia di pratiche cultuali induiste precedenti alla costruzione del mausoleo, nessuna tradizione orale locale tramanda il ricordo di un tempio preesistente, e nessuno scavo archeologico ha restituito evidenze compatibili con la tesi della sua origine induista.
A differenza dei contesti in cui il conflitto scaturisce dalla sovrapposizione di pratiche rituali nel medesimo spazio, nel caso del monumento moghul la contesa non presuppone una memoria condivisa o concorrente, ma si articola attraverso la postulazione di un’origine cultuale priva di riscontro documentario e archeologico.
2. La tesi di Oak e la sua circolazione
Su questa assenza di attestazioni di un precedente uso sacro del sito si è costruita, paradossalmente, una tesi che ha trovato una circolazione ben superiore alla sua tenuta storiografica: il Taj Mahal non sarebbe affatto un mausoleo islamico ma un antico palazzo-tempio shivaita denominato “Tejo Mahalaya” (dimora del Signore Shiva) acquisito dalla dinastia moghul e successivamente adibito a uso funebre.
Questa tesi deve la sua ampia diffusione a Purushottam Nagesh Oak (1917-2007), un autore autodefinitosi “storico revisionista” e fondatore nel 1964 del cosiddetto “Institute for Rewriting Indian History” (IRIH[5]). La teoria di Oak si inserisce tuttavia in un più ampio insieme di interpretazioni dell’architettura indiana già presenti nel contesto coloniale britannico, sebbene con premesse e conclusioni diverse. Ernest B. Havell, scrivendo nel 1913 che «il Taj Mahal appartiene all’India, non all’Islam», aveva già sostenuto che il monumento non avesse nulla in comune con l’architettura islamica al di fuori dell’India, rivendicandone origini essenzialmente pre-islamiche indiane[6]. Oak formulò e diffuse la propria tesi a partire dal 1965 in un volume intitolato Taj Mahal was a Rajput Palace, citando le fonti in modo decontestualizzato e selettivo e ignorando l’imponente documentazione contabile e amministrativa moghul che attesta ogni fase della costruzione – dall’acquisto del terreno all’identità dei singoli artigiani, dalle spese giornaliere del cantiere al nome del calligrafo che eseguì le iscrizioni coraniche[7]. Rimasta a lungo confinata in circoli marginali, la tesi negli ultimi decenni è riemersa attraverso internet e i social media. Oak lo afferma senza esitazione: «fino a quando non pubblicai la mia scoperta nel 1965, ovvero che il Taj Mahal non è un mausoleo musulmano ma un palazzo-tempio hindu chiamato Tejo Mahalaya catturato e stravolto nel suo uso originario, per oltre 300 anni i visitatori erano stati completamente ignari delle caratteristiche sacre hindu che vi abbondano»[8]. Lo stesso metodo applicò a molti altri monumenti e tradizioni religiose: il Vaticano, la Kaaba e il Westminster Abbey sarebbero antichi templi shivaiti, il papato un sacerdozio vedico, l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam derivati dell’induismo[9].
Vale la pena ricordare che la tesi di Oak non ha mai trovato pieno riconoscimento istituzionale.
Nel 2017, a seguito delle dichiarazioni del parlamentare BJP Sangeet Som, che definì il Taj Mahal «una macchia sulla cultura indiana»[10], sia il governo centrale che quello dell’Uttar Pradesh intervennero rapidamente per prendere le distanze. Il primo ministro Narendra Modi, inaugurando il primo All India Institute of Ayurveda, affermò con parole che furono lette come in risposta alla polemica che «nessun paese può andare avanti senza orgoglio per la propria storia e il proprio patrimonio»[11]. Il Chief Minister dell’Uttar Pradesh Yogi Adityanath – che nei mesi precedenti aveva dichiarato che il mausoleo moghul non rifletteva la cultura indiana[12] –, dichiarò che «è irrilevante chi abbia costruito il Taj Mahal e per quale scopo. Ciò che conta è che fu costruito dal sudore e dal sangue dei figli dell’India»[13]. Il monumento veniva così consegnato alla categoria più ampia del patrimonio nazionale, sottraendolo alle rivendicazioni confessionali ma lasciando intatte le tensioni ideologiche che avevano alimentato la polemica.
3. Il film e il fronte giudiziario
La tesi di Oak continua tuttavia a circolare e a trovare nuove forme di espressione. È in questo scenario che si inserisce, nell’ottobre 2025, il film The Taj Story, diretto da Tushar Amrish Goel e interpretato da Paresh Rawal. Vishnu Das, guida turistica al Taj Mahal da oltre venticinque anni, vede la propria vita sconvolta quando un suo sfogo notturno sulla “verità nascosta” del monumento diventa virale sui social media e, dopo essere stato licenziato, porta in tribunale la controversia sull’origine del sito. La struttura della pellicola è significativa: non si tratta di un documentario storico, ma di un dramma emotivo in cui la “scoperta” avviene attraverso un percorso che è insieme identitario e intellettuale. Sebbene il regista abbia negato qualsiasi intenzione di mettere in discussione l’appartenenza religiosa, affermando che il film si limita a “mostrare entrambi i lati della storia”, le due posizioni rappresentate, tuttavia, esse non sono equivalenti: da una parte la storiografia accademica consolidata, dall’altra la tesi di Oak riformulata come curiosità storica ingiustamente trascurata e ostacolata, con gli stessi argomenti e la medesima retorica del ricercatore che osa fare domande scomode[14]. Il poster promozionale, dove il dio Shiva emerge dalla cupola del Taj mentre il riflesso nell’acqua forma un lingam shivaita, produce in un istante percettivo questa tesi.
L’uscita del film nel 2025 non è indipendente dal contesto in cui avviene. La prima eredità è quella di Ayodhya: l’inaugurazione del Ram Mandir nel gennaio 2024, eretto sul sito della demolita moschea Babri, ha dimostrato che rivendicare uno spazio sacro contestato può tradursi in fatti compiuti e irreversibili. Il film tenta di muoversi nella scia di quel precedente, riproponendo una struttura narrativa fondata sulla presenza di una profanazione originaria, sulla richiesta di riconoscimento e sulla restituzione del luogo come atto di giustizia storica. Esce un anno esatto dopo l’inaugurazione del Mandir, e questa prossimità temporale contribuisce a collocare il film nello stesso orizzonte simbolico inaugurato da quella vicenda. La seconda eredità è quella del piano della giurisprudenza, che non ha prodotto una chiusura della questione. Nel 2000 la Corte Suprema rigettò il ricorso di Oak che chiedeva di dichiarare il monumento un tempio hindu[15]. Nel 2015 un gruppo di avvocati presentò una causa civile davanti al tribunale di Agra – formalmente intestata alla divinità “Lord Sri Agreshwar Mahadev Nagnatheswar Virajman Tejo Mahalaya” e altri cinque ricorrenti – chiedendo che il Taj venisse dichiarato un tempio e che ai fedeli hindu fosse consentito pregare al suo interno. L’Archaeological Survey of India (ASI), l’ente governativo preposto alla tutela dei monumenti storici, rispose ufficialmente che il Taj Mahal è un mausoleo islamico[16]. La causa è ancora pendente nel merito. Nel maggio 2022 l’Allahabad High Court rigettò una petizione separata presentata da Rajneesh Singh, esponente del Bharatiya Janata Party (BJP), che chiedeva l’apertura di ventidue stanze sigillate del monumento, decisione confermata dalla Corte Suprema nell’agosto dello stesso anno[17]. Il 6 luglio 2026 una nuova petizione è stata ammessa dall’Allahabad High Court, che ha ritenuto «la questione meritevole di considerazione» e ha chiesto al governo centrale e all’ente per i beni culturali di rispondere formalmente[18]. La questione dell’identità religiosa del Taj Mahal resta dunque aperta su più fronti, culturale, mediatico, giudiziario. Ciò che colpisce, al di là della tesi in sé, è la sua capacità di resistere alla dimensione della confutazione e di continuare a riproporsi attraverso nuove forme di espressione.
4. Come funziona la sacralizzazione retroattiva
Per comprendere perché questo fenomeno sia possibile, occorre analizzarne la struttura. La rivendicazione dell’origine shivaita del Taj costituisce un esempio di quella che si può definire sacralizzazione retroattiva, vale a dire il processo attraverso cui un luogo privo di continuità cultuale verificabile viene reinterpretato come antico spazio sacro, mediante una rappresentazione che proietta nel passato un’identità religiosa priva di attestazione storica. Il primo elemento che ne spiega l'efficacia è il registro del sacro. Questa narrazione attiva schemi cognitivi e affettivi specifici del campo religioso, rafforzando la loro capacità di produrre coinvolgimento emotivo e appartenenza collettiva[19]. Nel caso del Taj, il conflitto simbolico va ben oltre il semplice “questo monumento è stato costruito da stranieri”, retorica politica che potrebbe produrre risentimento nazionalista. Attiva anche una dinamica tipica del pensiero mitico-religioso, cara a Mircea Eliade, ovvero la riattivazione del tempo delle origini (illud tempus) per riscattare uno spazio percepito come degradato o sottratto alla sfera del sacro[20]. La narrazione si trasforma così in un imperativo morale e cosmologico: “questo luogo sacro è stato profanato, la purezza del nostro spazio religioso è stata violata, dobbiamo restituirlo al suo stato originario”. Le categorie di purezza e impurità, di profanazione e restituzione, di corpo ferito della comunità religiosa appartengono al vocabolario del sacro e producono effetti che il discorso politico secolare raggiungerebbe con grande difficoltà.
La seconda caratteristica consiste in un effetto di autoevidenza. Essa risiede in quella che Jonathan Z. Smith ha definito la funzione dello spazio sacro come «lente di focalizzazione» (focusing lens): un dispositivo che orienta l’attenzione dell’osservatore e impone la percezione di un significato in cui «nulla è casuale»[21]. Nel caso del Taj Mahal, la griglia interpretativa revisionista agisce proprio come una mappa che precede e plasma la percezione del territorio: una volta adottata, essa cessa di presentarsi come un’ipotesi e si trasforma in un’evidenza visiva immediata. I sostenitori della teoria di Oak considerano infatti singoli elementi architettonici del Taj, quali nicchie, proporzioni e decorazioni floreali, prove evidenti della sua presunta origine induista. La sacralizzazione retroattiva incorpora inoltre la discontinuità cultuale come elemento di conferma: il tempio è stato nascosto, i culti soppressi, la memoria cancellata. La mancanza di prove diventa pertanto anche prova dell’efficacia della cancellazione: un cortocircuito che trasforma ogni confutazione in ulteriore conferma.
5. Uno specchio di chi guarda
La visita del Segretario di Stato americano Marco Rubio al Taj Mahal il 25 maggio 2026, nel pieno di una crisi diplomatica tra Washington e Teheran, si è inserita nella lunga storia delle diverse attribuzioni di significato al monumento. Rubio ha scritto nel libro dei visitatori che il monumento è “uno dei veri tesori del mondo”[22]. Il consolato generale iraniano a Hyderabad ha risposto che, se Rubio conoscesse la storia e l’architettura del luogo, non avrebbe posato per una fotografia lì – alludendo alle radici persiane del monumento, alla stirpe di Mumtaz Mahal, ovvero alla tradizione safavide che informa l’estetica moghul.
Quello che l’episodio rivela è qualcosa di più ampio: il Taj Mahal sembra non appartenere a nessuno in modo definitivo. Ogni epoca, ogni sguardo, ogni contesto lo ha definito diversamente – mausoleo islamico, meraviglia, icona romantica, patrimonio nazionale, tempio usurpato, eredità persiana. Nessuna dice qualcosa di definitivo sul Taj Mahal; tutte dicono qualcosa di preciso su chi guarda. È forse questo il tratto più costante nella lunga storia delle reinterpretazioni del monumento: la sua straordinaria disponibilità a farsi specchio di ciò che gli viene chiesto di essere.
[1] Peter Mundy, The Travels of Peter Mundy in Europe and Asia, 1608–1667, ed. Richard Carnac Temple, vol. II (London: Hakluyt Society, 1914), p. 213.
[2] François Bernier, Viaggio negli Stati del Gran Mogol, trad. it. di Cinzia Mascheroni (Como-Pavia: Ibis, 2010), p. 43.
[3] William Hodges, Travels in India During the Years 1780, 1781, 1782, and 1783 (London: J. Edwards, 1793), pp. 126-127.
[4] Per un’analisi approfondita dell’architettura del Taj Mahal e del suo significato simbolico si vedano Catherine B. Asher, Architecture of Mughal India (Cambridge: Cambridge University Press, 1992); Ebba Koch, “The Taj Mahal: Architecture, Symbolism, and Urban Significance”, Muqarnas 22 (2005), pp. 128-149; Ead., The Complete Taj Mahal and the Riverfront Gardens of Agra (London: Thames & Hudson, 2006); Laura E. Parodi, “The Taj Mahal and the Garden Tradition of the Mughals”, Orientations 48/3 (2017), pp. 2-9.
[5] Sul revisionismo storico di Oak si veda Srinivas Aravamudan, Guru English: South Asian Religion in a Cosmopolitan Language (Princeton: Princeton University Press, 2011), cap. I.
[6] Ernest B. Havell, Indian Architecture: Its Psychology, Structure and History from the First Muhammadan Invasion to the Present Day (London: John Murray, 1913), p. 21.
[7] Oak procede per accumulazione di elementi eterogenei – argomenti filologici, architettonici, epigrafici – presentati come “prove” di una conclusione già stabilita in partenza. Per fare un esempio, il Padshahnama, cronaca ufficiale della corte di Shah Jahan, viene citato in modo decontestualizzato, estraendo singoli passaggi e ignorando il quadro complessivo che attesta inequivocabilmente la costruzione del mausoleo. Lo storico dell’architettura Giles Tillotson ha definito l’approccio di Oak «uno sconcertante esempio di pseudo-erudizione» e «un tentativo disperato di attribuire un nuovo significato al Taj», privo di qualsiasi fondamento filologico o verifica archeologica indipendente (G. Tillotson, Taj Mahal [London: Harvard University Press, 2008], p. 112). Per la documentazione primaria moghul relativa alla costruzione del Taj si veda Wayne E. Begley e Ziyaud-Din A. Desai (eds.), Taj Mahal: The Illumined Tomb. An Anthology of Seventeenth-Century Mughal and European Documentary Sources (Cambridge, MA: Aga Khan Program for Islamic Architecture, 1989).
[8] Purushottam Nagesh Oak, The Taj Mahal is a Temple Palace (New Delhi: Institute for Rewriting Indian History, 1993), p. 325.
[9] Si vedano, tra gli altri volumi, P. N. Oak, Some Missing Chapters of World History (New Delhi: Hindi Sahitya Sadan, 1973) e Id., World Vedic Heritage (New Delhi: Hindi Sahitya Sadan, 1984).
[10] India Today, “Taj Mahal a blot on Indian culture, says BJP's Sangeet Som; Owaisi asks if Modi, Yogi will ban tourists”, 16 ottobre 2017, <https://www.indiatoday.in/india/story/bjp-sangeet-som-taj-mahal-indian-culture-asaduddin-owaisi-1065476-2017-10-16> (consultato il 3 agosto 2026).
[11] Asian Age, “We must take pride in our heritage: PM Narendra Modi”, 18 ottobre 2017, <https://www.asianage.com/india/all-india/181017/we-must-take-pride-in-our-heritage-pm-narendra-modi.html> (consultato il 3 agosto 2026).
[12] Indian Express, “Taj Mahal doesn’t reflect Indian culture: Yogi Adityanath”, 16 giugno 2017, <https://indianexpress.com/article/india/yogi-adityanath-narendra-modi-achievements-gifted-with-gita-taj-mahal-replica-foreign-dignitaries-4707585/> (consultato il 3 agosto 2026).
[13] Per le dichiarazioni di Adityanath si veda: NDTV, 17 ottobre 2017, “Taj Mahal Built By Blood And Sweat Of Indians: Yogi Adityanath”, fonte video ANI.
[14] Prachi Aria, “The Taj Story Questions Glorified History”, India Today, 6 novembre 2025, https://www.indiatoday.in/movies/celebrities/story/the-taj-story-questions-glorified-history-not-religion-director-tushar-goel-2814552-2025-11-06 (consultato il 9 agosto 2026).
[15] PTI, “Plea on Taj history dismissed”, The Tribune, 14 luglio 2000, http://www.tribuneindia.com/2000/20000714/nation.htm (consultato il 3 agosto 2026).
[16] TNN, “No evidence that Taj Mahal was a Hindu temple: Government to Lok Sabha”, Times of India, 1 dicembre 2015, <https://timesofindia.indiatimes.com/india/No-evidence-that-Taj-Mahal-was-a-Hindu-temple-Government-to-Lok-Sabha/articleshow/49990511.cms> (consultato il 3 agosto 2026).
[17] Ashish Tripathi, “Supreme Court dismisses ‘publicity interest litigation’ on Taj Mahal”, Deccan Herald, 21 ottobre 2022, <https://www.deccanherald.com/amp/story/india%2Fsupreme-court-dismisses-publicity-interest-litigation-on-taj-mahal-1155609.html> (consultato il 3 agosto 2026).
[18] Lord Sri Agreshwar Mahadev Nagnatheswar Virajman Tejo Mahalaya Temple and 5 Others v. Union of India and 3 Others, High Court of Judicature at Allahabad, Matters under Article 227 No. 8713 of 2026, ordinanza del 6 luglio 2026, Justice Rohit Ranjan Agarwal, disponibile su <elegalix.allahabadhighcourt.in> (consultato il 3 agosto 2026).
[19] Sul rapporto tra esperienza cinematografica e produzione del sacro esiste una letteratura ampia che qui non è possibile affrontare in modo adeguato. I meccanismi di identificazione, immersione ed esperienza collettiva attivati dal cinema presentano analogie strutturali con quelli del rito religioso che meriterebbero un approfondimento specifico. Per alcuni spunti mi limito a rimandare in particolare a John C. Lyden, Film as Religion: Myths, Morals, and Rituals (New York: New York University Press, 2019) e S. Brent Plate, Religion and Film: Cinema and the Re-Creation of the World (London: Wallflower Press, 2017).
[20] Cfr. Mircea Eliade*, Il sacro e il profano* (Torino: Bollati Boringhieri, 1967; ed. or. 1957); Id., Il mito dell’eterno ritorno (Torino: Borla, 1968; ed. or. 1949).
[21] Il concetto di spazio sacro come «lente di focalizzazione» (focusing lens) che orienta l’attenzione e attribuisce valore di segno a ogni elemento visivo e strutturale è teorizzato in Jonathan Z. Smith, To Take Place: Toward Theory in Ritual (Chicago: The University of Chicago Press, 1987), in particolare pp. 103-104.
[22] ANI/TIE Staff, “Marco Rubio visits Taj Mahal with wife Jeanette”, The Indian Eye, 25 maggio 2026, <https://theindianeye.com/2026/05/25/marco-rubio-visits-taj-mahal-with-wife-jeanette/> (consultato il 9 agosto 2026).