La sapienza mediterranea

La sapienza mediterranea

Trent’anni fa, nel 1996, usciva presso l’editore Laterza uno dei libri più importanti e forse più sottovalutati del tardo Novecento italiano, Il pensiero meridiano. L’autore era un professore di sociologia dell’Università di Bari, Franco Cassano, che nel 2007 avrebbe poi curato insieme a Danilo Zolo un altro testo di assoluto rilievo culturale, il volume collettaneo L’alternativa mediterranea.

In un’epoca di fortissime tensioni internazionali, di presunti “scontri di civiltà” e, soprattutto nel caso dell’Italia, di reale e disperante crisi identitaria, il motivo di interesse ancora oggi presentato da questo saggio sta tutto nella capacità di far riaffiorare le vestigia della sapienza mediterranea, innervata dalla visione del mondo (una manifestazione della Philosophia perennis, se mi è concessa la postilla) che Cassano definisce “pensiero meridiano”.

Il pensiero meridiano, ci ricorda Cassano, nasce in Grecia, “paese vocato dalla sua geografia e dalla sua storia al problema della coesistenza tra ciò che si contrappone” - problema che, a ben vedere, investe l’intera regione mediterranea. Non è casuale, se riflettiamo sul peculiare contesto geostorico e spirituale, che il pensiero meridiano si mantenga continuamente in bilico, alla ricerca di un punto di equilibrio o di intersezione fra opposte polarità: essere/divenire, cultura/natura, unità/molteplicità, terra/mare ecc. Il pensiero meridiano “mette in contatto i popoli intrecciandone non solo le lingue e le fedi, ma anche le concezioni del tempo e i ritmi di vita”, osserva il sociologo, ma non per questo si riduce a uno sterile scetticismo; anzi, esso “accumula e custodisce tutte le forme di vita in cui qualcosa ci permette di difenderci da quella secolarizzazione infinita che recide tutti i legami”.

Il Mediterraneo, il mare che si insinua fra le terre, non conosce l’uniformità sconfinata e tracotante dell’Oceano. Perciò è il pensiero nato sulle sue sponde a ispirare i “sentimenti dove vivono più patrie, dove alla semplicità del sì e del no si sostituiscono i molti veli della verità, dove la bellezza torna ad essere un premio per chi l’ha cercata e non un diritto di tutti per cui basta pagare”. Il pluralismo mediterraneo non ha nulla in comune con il relativismo postmoderno e neppure con un piatto sincretismo new age: né mi sembra arbitrario ipotizzarne la derivazione dalla consapevolezza propriamente tradizionale, nel senso guénoniano dell’aggettivo, che la meta ultima, tanto meravigliosa quanto difficile (χαλεπὰ τὰ καλὰ, dicevano i Greci), è sì unica ma raggiungibile attraverso molti sentieri diversi.

Il pensiero meridiano rinnova il senso del radicamento e delle origini senza indulgere a nostalgie etnocentriche, riesce a instaurare un rapporto simpatetico e paritario con la natura e con il diverso da sé senza nulla perdere in profondità: ”non si tratta di fare un semplice giro turistico nella cultura dell’altro, ma di prenderla sul serio, di provare a imparare qualcosa da essa”. Così Cassano; e si rileggano, a questo proposito, le illuminanti pagine di Coomaraswamy sul significato autentico della “tolleranza”.

Mentre la modernità occidentale, travolta dalla mentalità che Cassano chiama “integralismo della corsa”, tende irresistibilmente a identificare il progresso con l’accelerazione, le società meridiane non idolatrano l’innovazione e diffidano del cambiamento fine a se stesso: lo governano, non ne sono trascinate. Per questa ragione possono apparire goffe e miserabili soltanto a menti ineducate, ignare della necessità vitale di “esser lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo”.

Inoltre, nella prospettiva occidentalista, e a volte secondo la sua stessa autorappresentazione (tipica, peraltro, delle culture subalterne, colonizzate), la civiltà mediterranea viene descritta come il dominio dell’arretratezza, del sottosviluppo, della barbarie. Cassano rovescia questa narrazione e invita ad accogliere il pensiero meridiano alla stregua di “un altro sguardo, che mira a custodire un’autonomia rispetto al mondo sviluppato e a decostruirne l’arroganza simbolica” e che, di conseguenza, intende offrire in dono al mondo “un modello culturale fondato su parametri differenti da quelli produttivistici e consumistici”: un dono di pace, perché il fanatismo economicista sa essere particolarmente feroce e distruttivo.

In ultima analisi, la civiltà mediterranea non è affatto immobile come molti credono. Semmai, si muove assecondando le cadenze stesse del cosmo, ne riproduce in terris le geometrie armoniose: “nel suo ritardo tecnologico”, scrive Cassano “c’è anche una misura che altri hanno smarrito”. Ben più del razionalismo cartesiano, è il senso meridiano della misura, che rinveniamo vivissimo nella saggezza classica così come nel Corano (“Dio non ama gli eccessivi”, II, 190), a opporre la resistenza più efficace al fondamentalismo di ogni colore.

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