Custodire la terra: la responsabilità dei musulmani di fronte alla crisi climatica
Pubblichiamo con piacere un articolo di Nasuruddin Umar, Ministro per gli Affari religiosi della Repubblica di Indonesia. Una parte significativa della sua riflessione è dedicata all’ecoteologia, che pone la custodia del creato al centro della responsabilità spirituale dell’essere umano. Da questa prospettiva promuove il coinvolgimento delle comunità religiose nella risposta alla crisi climatica, attraverso l’educazione ambientale e iniziative concrete di sostenibilità. L’articolo che segue, scritto nel 2021, anticipa temi divenuti centrali nel suo impegno religioso e istituzionale.
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I musulmani indonesiani hanno un enorme potenziale per assumere un ruolo più incisivo e di guida nella tutela dell’ambiente e nella ricerca di soluzioni alla crisi climatica. È un impegno che può contribuire a sostenere i risultati raggiunti dal governo indonesiano durante la 26ª Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26), tenutasi a Glasgow, tra cui gli impegni per la protezione delle foreste e la progressiva dismissione delle centrali elettriche a carbone.
L’Indonesia, Paese che ospita la più numerosa popolazione musulmana al mondo e che possiede un significativo patrimonio di tolleranza, non ha ancora espresso pienamente il proprio potenziale nel dare seguito a ciò che il Corano ci chiede: prenderci cura del pianeta in quanto khalīfa, custodi e responsabili della Terra.
Di fronte all’allarme lanciato dai 234 scienziati di 66 Paesi che hanno contribuito al rapporto dell’IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico), definendo la crisi climatica un «codice rosso per l’umanità», non c’è più tempo da perdere, né spazio per le giustificazioni. Siamo di fronte a un momento decisivo, nel quale i musulmani indonesiani devono assumersi le proprie responsabilità ed esercitare pienamente il loro ruolo di khalīfa.
Abbiamo assistito, nell’ottobre 2021, alla devastante tempesta che ha colpito Luwu, nel Sulawesi meridionale, seguita dalle inondazioni improvvise di Batu, nella Giava orientale, ai primi di novembre, mentre si profilava il fenomeno della Niña. Nella provincia di Nusa Tenggara orientale, invece, il protrarsi della siccità ha costretto per anni molte donne a lasciare il Paese per lavorare come collaboratrici domestiche all’estero, alcune delle quali sono tornate in patria soltanto dentro una bara. La crisi climatica investe ormai ogni dimensione della nostra esistenza.
Queste conseguenze della crisi climatica sono anche il risultato di un atteggiamento eccessivamente “maschile” con cui la Umma si è rapportata alla Terra. Se tornassimo a riflettere sugli Asmāʾ al-Ḥusnā, i novantanove bellissimi Nomi di Allah, potremmo osservare che circa l’80% di essi richiama qualità più vicine alla dimensione femminile, come la misericordia. Se noi, come Umma, sapessimo esprimere queste qualità divine, quali la misericordia e la protezione, non assisteremmo a comportamenti che danneggiano la Terra. Al contrario, ci impegneremmo con tutte le nostre forze per esserne autentici custodi.
La chiave per esercitare responsabilmente il nostro ruolo di khalīfa di fronte alla crisi climatica consiste nel sostenere le comunità musulmane affinché possano promuovere, guidare e valorizzare le proprie iniziative e i propri movimenti per il clima. Proteggere l’ambiente, compreso il clima, e preservare le condizioni che rendono possibile la vita sulla Terra è parte del compito del khalīfa, ed è oggi più urgente che mai.
I musulmani indonesiani di fronte alla crisi climatica
Secondo un sondaggio nazionale condotto nel 2021 in Indonesia da Purpose, un’organizzazione impegnata nel promuovere l’impatto sociale, il 92% degli indonesiani ritiene di avere il dovere di custodire responsabilmente tutto ciò che Dio ha creato sulla Terra.
Questo dato rivela quanto, per i musulmani indonesiani, la cura dell’ambiente rappresenti una forma concreta di bene, coerente con i valori dell’Islam.
La stessa indagine mostra inoltre che, rispettivamente, il 76% e l’86% dei musulmani riconoscono al Corano e agli ḥadīth un ruolo importante nell’orientare il proprio atteggiamento verso la tutela dell’ambiente. Quando è stato chiesto agli intervistati a quali figure accordassero maggiore fiducia nella comunicazione sui temi climatici, le autorità religiose si sono collocate al secondo posto, subito dopo le amministrazioni locali.
Il 75% degli indonesiani ritiene inoltre che le calamità naturali siano una punizione divina. Da questa convinzione deriva l’idea che anche Dio abbia un ruolo nella crisi climatica: senza la Sua volontà, né la crisi né i disastri che ne conseguono potrebbero verificarsi.
Di conseguenza, il 61% degli intervistati considera gli esseri umani soltanto parzialmente responsabili della crisi climatica, attribuendone le cause anche ad altri fattori, tra cui l’intervento divino.
Ma questa conclusione è sbagliata. In quanto khalīfa, non possiamo restare inerti, attribuire ogni responsabilità a Dio e attendere un miracolo che risolva la crisi climatica. Come si legge nella sura al-Raʿd (Corano, 13:11):
«In verità, Allah non cambia la condizione di un popolo finché esso non cambia ciò che è in se stesso».
Esiste dunque un ampio spazio per approfondire l’educazione e la sensibilizzazione sui cambiamenti climatici, in coerenza anche con gli obiettivi educativi previsti dai contributi determinati a livello nazionale (NDC) del governo indonesiano.
Il movimento islamico per il clima
Alla luce del mandato religioso a essere buoni khalīfa, custodi della Terra, non sorprende che in tutto l’arcipelago indonesiano si siano sviluppati movimenti e iniziative per l’ambiente e il clima all’interno delle organizzazioni islamiche.
La Nahdlatul Ulama, probabilmente la più grande organizzazione islamica al mondo, ha dimostrato il proprio impegno sui temi climatici attraverso l’Agenzia per la gestione dei disastri e dei cambiamenti climatici (LPBI). Quest’ultima promuove la diffusione di scuole islamiche residenziali sostenibili, le Green Islamic Boarding Schools, in tutta l’Indonesia.
Un’altra delle maggiori organizzazioni islamiche, la Muhammadiyah, ha istituito un proprio Consiglio per l’ambiente (Majlis Lingkungan Hidup). Anche Aisyiyah, l’organizzazione femminile della Muhammadiyah, opera in questo ambito attraverso il Centro per l’ambiente e la gestione dei disastri (LLHPB).
In tutto il Paese, soprattutto a Giava, stanno inoltre nascendo scuole islamiche residenziali improntate alla sostenibilità e all’ecologia.
Anche noi, alla Moschea Istiqlal, la più grande del Sud-est asiatico, lavoriamo insieme al nostro personale e alle organizzazioni della società civile per rendere le nostre attività più sostenibili. Stiamo migliorando la gestione dei rifiuti e l’efficienza energetica, anche attraverso l’installazione di pannelli solari sul tetto della moschea.
Parallelamente, il Consiglio degli Ulema Indonesiani (MUI) dispone di un istituto dedicato alla tutela dell’ambiente e delle risorse naturali e ha emanato fatwā su diversi temi: la conservazione delle specie animali, gli incendi boschivi e le misure per mitigarli, il finanziamento degli interventi per l’acqua e i servizi igienico-sanitari, nonché il riutilizzo delle acque trattate.
Eppure, i movimenti islamici e gli approcci di ispirazione religiosa alle iniziative per il clima vengono spesso trascurati. Da parte di scienziati, ambientalisti e altri soggetti permane un considerevole scetticismo nei confronti del contributo che gli approcci islamici possono offrire alla lotta contro la crisi climatica.
Diversificare gli approcci
Se gli approcci attualmente adottati vengono percepiti come poco efficaci, forse è giunto il momento di diversificare le strategie, valorizzando iniziative di diversa natura e portata.
In tutto il mondo abbiamo già visto la forza delle iniziative di ispirazione religiosa. Ne è un esempio il movimento globale per il disinvestimento dai combustibili fossili: oltre 1.200 istituzioni, tra cui circa 400 organizzazioni di ispirazione religiosa, hanno assunto impegni in tal senso. Il patrimonio complessivo gestito dalle istituzioni aderenti era allora stimato in 14.500 miliardi di dollari.
Su scala più circoscritta, dovremmo anche avviare un dialogo con quelle fasce della popolazione che spesso percepiscono la scienza come una minaccia ai valori in cui credono profondamente, evitando di trasformare il confronto in uno scontro tra scienza e religione o in una contrapposizione di versetti e interpretazioni religiose.
Potremmo invece partire da ciò che ci sta realmente a cuore: il benessere delle nostre comunità di fronte alle più gravi inondazioni che hanno colpito l’Indonesia, aggravate dai cambiamenti climatici; la qualità dell’aria in cui cresceranno i nostri figli; le politiche e i responsabili politici attenti al clima di cui abbiamo bisogno per garantire un futuro alle prossime generazioni.
Per quanto importante, tuttavia, questo lavoro di dialogo e sensibilizzazione non sarà mai sufficiente, da solo, a produrre un cambiamento sistemico nella risposta alla crisi climatica.
Abbiamo quindi bisogno di programmi di studio e linee guida didattiche che integrino stabilmente la sostenibilità e i cambiamenti climatici nell’insegnamento delle madrase, le scuole islamiche, e dei pesantren, gli istituti islamici residenziali.
Inserire questi temi nei percorsi formativi delle 145.000 madrase presenti nel Paese, secondo i dati del 2012, significherebbe non soltanto educare le nuove generazioni, ma anche coinvolgere gli insegnanti, il personale scolastico e le famiglie.
Occorre inoltre rinnovare il nostro modo di insegnare, raccontare e discutere il significato dell’essere buoni khalīfa. La responsabilità di custodire la Terra deve fondarsi sulla sua protezione e sulla salvaguardia della continuità dei suoi processi di rigenerazione.
Come ricordava l’imam ʿAlī ibn Abī Ṭālib:
«Adoperati per questo mondo come se dovessi vivere per sempre…».
Tra tutte le strategie possibili, il punto decisivo per il loro successo resta uno: lasciare che sia l’Umma stessa a guidare il proprio movimento per il clima.
Questo impegno deve nascere dall’interno delle comunità islamiche ed essere sostenuto dalla collaborazione con gli altri settori della società: le organizzazioni della società civile, il mondo delle imprese e le istituzioni pubbliche.