Gli Occidentali e la Ricerca della Tradizione

Calligrafia islamica su mattonelle blu e bianche

Numerose pubblicazioni in Occidente sembrano attestare un rinnovato interesse per la «Tradizione» È stato René Guénon a chiarificare, rispetto a tutti i tentativi di contraffazione, il senso della Tradizione. La tradizione non è una semplice trasmissione culturale o storica, ma una realtà di un ordine metafisico e sacro. Designa l'insieme di principi di origine non umana — rivelati o ispirati — che costituiscono il fondamento immutabile di tutte civiltà autentiche. La tradizione è una per essenza, anche se le sue forme esteriori variano a seconda dei popoli e delle epoche; ecco perché René Guénon parla di "Tradizione Primordiale", una fonte unica di cui le diverse tradizioni religiose non sono che espressioni adattate. o meglio per la «ricerca della spiritualità», in particolare tra le giovani generazioni europee.

All'origine di questa ricerca troviamo spesso tra questi giovani una crescente perplessità di fronte all'apparente incoerenza del mondo, alla violenza e all'odio che sembrano animare persino i leader, a volte anche religiosi; mentre le risposte fornite dalle filosofie, dalle ideologie o altri sistemi non sembrano riuscire a placare la loro sete di Unità, Pace, Verità, una Verità vissuta integralmente.

Ma gli occidentali che intraprendono questa ricerca spirituale devono affrontare delle particolari difficoltà nella misura in cui a volte soffrono di una certa arroganza, derivata da pretese individuali o da un «retaggio» collettivo rispetto ai quali hanno difficoltà a liberarsi.

Gli occidentali, infatti, si sentono facilmente eccezioni in tutti gli ambiti della vita: quando si considerano superiori agli orientali in virtù delle scienze, delle tecnologie e dei diritti dell'uomo, quando si attribuiscono l'emancipazione da ogni forma religiosa rispetto ad altri continenti che mantengono dei riferimenti tradizionali, quando al contrario rivendicano una radice culturale che ha origine dalla tradizione religiosa predominante in Occidente, radice culturale che ormai ha più poco di veramente religioso, per una contrapposizione ideologica nei confronti di altri popoli, quando affermano l'appartenenza all'unica e vera religione del Cristianesimo o addirittura quando si convertono ad altre religioni per trovare un ricollegamento con la Tradizione, conclamando come unica la nuova forma di appartenenza.

Ciò che accomuna tali visioni esclusiviste è una sostanziale confusione del mezzo (la forma religiosa) col fine (la conoscenza della Verità divina), nonché un'«appropriazione» individualista del mezzo stesso; confusione e appropriazione alle quali, in definitiva, consegue una legittimazione della propria identità religiosa e culturale a cui è intrinseco uno screditamento di tutte le altre.

Le riflessioni che seguono intendono riportare alcuni insegnamenti dei maestri occidentali e orientali che hanno dedicato la loro vita alla chiarificazione dei principi della Tradizione, in particolare nella sua declinazione islamica.

Dio dice nel Sacro Corano: «O voi che credete! Temete Dio e cercate un mezzo d'accesso verso di Lui». (5:35). Secondo l'Emiro ʿAbd al-Qādir al-Jazāirī (m. 1883) questo versetto costituisce un'incitazione a impegnarsi sulla via che conduce alla conoscenza di Dio.

La ricerca di «un mezzo d'accesso», spiega l'Emiro, corrisponde più precisamente a quella di un maestro spirituale capace di guidarci su questa via, «un maestro la cui filiazione iniziatica (nisba) sia senza difetto, che abbia una conoscenza vera della via, delle deficienze che fanno da ostacolo e delle malattie dell'anima che impediscono di giungere alla conoscenza, che possieda una scienza provata della cura delle propensioni dei caratteri e temperamenti individuali con i conseguenti rimedi adatti» Emiro Abd al-Qadir, Il libro delle soste, Milano, 2016, pp. 70-72.. In relazione a tali indicazioni, alcuni degli errori più frequenti sono l'accumulo frenetico di nozioni libresche riguardanti alcuni insegnamenti iniziatici e l'associazione alle forme che essi hanno assunto in tutt'altri contesti spazio-temporali, nonché l'attaccamento eccessivo a tali forme e la propensione a proiettarvi alcune delle proprie costruzioni psicologiche soggettive. Nei casi peggiori a tali errori consegue il rigetto degli insegnamenti di un maestro vivente e delle sue metodologie necessariamente calate nello spazio-tempo in cui opera, cosa che conduce il discepolo, anziché ad aprirsi alla Vera Realtà, ad affondare nell'immaginazione individuale.

Esiste un racconto tradizionale islamico in cui ben si esempla questo genere di errori. In esso si narra che al tempo di Mosè c'era un uomo dedito alla contemplazione, con una bella barba di cui si prendeva grande cura. Un giorno chiese a Mosè di domandare a Dio perché egli non riuscisse a trovare soddisfazione spirituale nella propria pratica contemplativa. Quando Mosè pose l'interrogativo a Dio, Egli rispose: «Quantunque questo derviscio abbia cercato con amore la Mia Unione, tuttavia, è costantemente intento alla sua barba». Il derviscio, allora, conosciuta la risposta, si tolse la barba ma ne soffrì. Gabriele andò allora da Mosè e gli disse: «Il tuo sufi è ancora preoccupato della sua barba, lo era quando la pettinava e lo è adesso che se l'è strappata». Questo episodio è narrato da Farīd al-Dīn Aṭṭār, che commenta: «O tu che credi di aver smesso di occuparti della tua barba! Sei annegato in questo Oceano. Quando avrai completamente finito con la tua barba, allora potrai navigare su questo Oceano con ragione. Ma se ti ci vuoi immergere con la barba, essa ti ostacolerà la traversata» Farid al-Din Attar, La lingua degli uccelli, Roma, 2002, p. 147..

Di quale oceano e di quale traversata si sta parlando?

Ci viene in soccorso lo Shaykh ʿAbd al-Wahīd Yaḥya René Guénon (m. 1951), il quale spiega con un'analogia che procedere sulla via iniziatica è come solcare un oceano che rappresenta simbolicamente il campo psichico. Per giungere alla meta occorre compiere questa traversata e affrontare i pericoli che essa presenta. Taluni si tuffano in questo mare con la precisa aspirazione di annegarvi, scambiando le tappe intermedie della navigazione per la meta; altri, invece, si illudono di poterlo traversare con una scialuppa – ben diversa dalla nave condotta magistralmente – che pensano di manovrare da soli.

A questo punto lo Shaykh Abd al-Wahid Yahya scrive: «Coloro che commettono questo errore fatale dimenticano la distinzione tra Acque superiori e Acque inferiori; invece di elevarsi verso l'Oceano superiore, essi si precipitano nell'abisso dell'Oceano inferiore» R. Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Milano, 1982, pp. 232-235..

È inoltre necessario prevenire l'errore di confondere i mezzi tradizionali provvidenzialmente utili ad affrontare e sostenere la navigazione delle acque inferiori con i mezzi delle Acque Superiori o viceversa, con il rischio comunque di affondare nell'oceano sottostante o perdersi nell'incommensurabilità dell'oceano superiore perdendo la rotta certa della Via verso l'Unica Finalità della Sua Conoscenza che solo un maestro autentico può dirigere. Questa confusione tra psichico e spirituale si può manifestare in due modi. Il primo è quello che riduce lo spirituale allo psichico, mentre il secondo è quello che erige lo psichico a spirituale. È sempre lo spirituale ad essere misconosciuto, ma nel primo caso l'aspetto psicologico e fenomenico «incanta» l'uomo che abbia una sensibilità e gli fa interpretare la Signoria dello Spirito come un processo formale e letterale di cui si illude di comprendere e dirigere le dinamiche. Nel secondo caso, invece, l'individuo, consapevolmente o inconsapevolmente, cerca dei «poteri» e pretende di padroneggiare lo spirituale senza rendersi conto di appoggiarsi in realtà a dei prolungamenti inferiori dell'essere, cosa che produce dei danni incalcolabili. Fra le difficoltà causate da questa confusione vi sono la dimenticanza della dimensione dello Spirito e, di conseguenza, la confusione e lo squilibrio tra anima e corpo e il misconoscimento del mistero della fede di credere prima di capire che sostiene gli uomini e le donne nella ricerca della conoscenza di Dio.

Sempre Guénon insegna che nella vita tradizionale qualsiasi cosa può essere un supporto per l'avanzamento sulla via, ma anche che la stessa cosa può trasformarsi in un ostacolo se l'uomo si lega ad essa e si lascia traviare da apparenze e illusioni di realizzazione che non hanno nessun valore e nessuna realtà. Il problema, dunque, non sta nei mezzi e nelle forme in sé, ma nell'associazione che il punto di vista profano fa di esse, o il punto di vista limitato dell'individuo. Quando il punto di vista tradizionale scade in una prospettiva profana i «segni» della Presenza divina si tramutano in veli, e quei mezzi imprescindibili che costituiscono la via (ṭarīqa) divengono dei fini e delle distrazioni.

In ogni caso, resta che il «lavoro interiore», che il cammino spirituale richiede, si appoggia necessariamente a tali «supporti esteriori», adattati alla natura individuale di ciascun discepolo, alle caratteristiche spazio-temporali dell'epoca in cui si vive e alle funzioni provvidenziali della comunità di riferimento.

Lo shaykh ʿAbd al-Waḥīd Yaḥya Guénon precisa anche che l'insegnamento iniziatico e il suo metodo «non possono essere rinchiusi nei limiti più o meno stretti di una teoria sistematica o di una qualsivoglia formulazione dogmatica» e che dunque gli adattamenti di cui essi sono suscettibili «non sono mai innovazioni, purché siano conformi ai principi». Si tratta soltanto di «renderli più accessibili alla mentalità di un'epoca più oscurata» dal momento che «bisogna pur tener conto delle condizioni dello stato umano, poiché è da questo stato, esso stesso contingente, che noi siamo attualmente obbligati a partire per la conquista degli stati superiori, poi dello Stato supremo e incondizionato». Di conseguenza, «il fatto di rendere più esplicito ciò che era implicito trova la sua ragione nelle circostanze contingenti che condizionano un'epoca determinata» R. Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, Milano, 2015, pp. 34-54..

Gli aspetti contingenti dei metodi e degli insegnamenti dei maestri passati hanno un'utilità assai relativa laddove i discepoli abbiano uno Shaykh vivente, ricollegato ai precedenti maestri fino ad arrivare al Profeta Muhammad, che applichi tali metodi e insegnamenti riadattandoli in relazione alla diversa mentalità e al diverso contesto spaziotemporale in cui opera. Ciò che è importante comprendere è che i «mezzi» sul supporto dei quali il maestro dirige il lavoro interiore prescindono dal loro gradimento da parte del discepolo, perché tale lavoro è finalizzato proprio all'esaurimento delle sue prospettive individuali e alla reintegrazione di queste nella Verità universale.

Ma quando il maestro individua gli errori del discepolo e gli prescrive i mezzi sui quali svolgere un lavoro interiore per sradicarli, accade talvolta che egli procrastini, minimizzi e si affretti a ricostruirsi un sistema mentale in cui gli antichi errori, con nuove maschere, ritrovano il loro vecchio posto. Queste nuove maschere costituiscono la parodia del cambiamento autentico della mentalità; quest'ultima, invece, deve costantemente trasformarsi in virtù di un rinnovamento interiore indotto in ogni istante dall'influenza dello Spirito. Il discepolo beneficia di questa influenza, di questa «Grazia» (baraka) attraverso l'obbedienza alla Maestria vivente e all'operatività del metodo.

La vita tradizionale fornisce all'iniziato delle prove – il cui ingaggio e superamento sono finalizzati alla Conoscenza – e costituisce pertanto uno scenario di combattimento spirituale che richiede uno sforzo di discernimento tra Bene e Male per andare al di là di ciò che piace e ciò che non piace. Questo è un combattimento che il Profeta Muḥammad insegna ad amare non in maniera sentimentale, ma per ciò che è realmente: il manifestarsi della Volontà di Dio da accettare nella pacificazione. Il combattimento sulla via non lo si ama per sé stesso, ma perché conduce alla Pace suprema, l'Unità in cui tutte le opposizioni dualistiche vengono superate. Rivela infatti Allāh, al-Salām («la Pace») e al-Aḥād («l'Uno») al Profeta: «Vi è prescritta la guerra anche se vi dispiacerà. Può darsi che vi dispiaccia qualcosa che invece è un bene per voi e può darsi che vi piaccia qualcosa che invece è un male per voi, Dio sa e voi non sapete» (2:216). I compagni con i quali si affronta questo combattimento di conoscenza sono i discepoli, e tutti insieme si è guidati da un Maestro rifacentesi a sua volta al comando del Profeta. Tramite il mantenimento di questa gerarchia, nel combattimento contro l'ignoranza si hanno a disposizione dei «supporti» – tali in virtù dell'insufflazione in essi dello Spirito – grazie ai quali si può pervenire alla mèta finale: il ritorno all'Intelletto puro e lo svelamento della Verità.

Come scrive lo shaykh ʿAbd al-Waḥīd Pallavicini (m. 2017): «Non si sceglie una tariqa, una zawiya o uno Shaykh. Dovremmo sapere altresì che non siamo stati noi a scegliere l'Islam; si discerne piuttosto, in seno a una via, dentro a un'organizzazione e si prende di ogni Maestro ciò che ha di buono, senza rigettare in blocco un Maestro per il solo fatto che necessariamente ha dei difetti, dal momento che nessuno è perfetto se non Allah, non c'è aiuto né potere se non in Allah, non c'è Maestro se non Allah, non c'è dio se non Allah, la ilaha illa Allah» A.W. Pallavicini, L'Islam interiore, Milano, 2002, p. 42.

Se la conoscenza di Dio è il fine di questa ricerca, il perseguimento di tale finalità può essere contaminata da considerazioni immaginative e sentimentali dei discepoli prive di fondamento spirituale, talvolta cristallizzantesi in pretese orgogliose, risultanti da elementi memorizzati in un periodo della vita precedente e oggigiorno aggravate dalla decadenza del mondo contemporaneo. Tali considerazioni possono prendere, a seconda dei casi, la forma di un formalismo religioso oppure una pretesa superiorità rispetto ai riti religiosi, una attrazione esotica per le forme tradizionali orientali o, al contrario, per quelle occidentali di un Medioevo idealizzato. In virtù di queste deformazioni, al discepolo è talvolta impedito di riconoscere la regolarità e la legittimità di un riadattamento metodologico e di una nuova applicazione dei medesimi principi universali che – cosa ironica – presiedevano anche all'istituzione delle forme tradizionali di cui la sua anima si è innamorata, pur senza riuscire a scorgervi la loro vera ragione profonda e realtà sovra-formale.

Ci si illude anche in merito alle funzioni esteriori, in particolare per quanto concerne la rappresentanza dell'Islam e il dialogo interreligioso, se ci si è ingannati sulla loro finalità, che non è altro che quella di una testimonianza – comprensibile a tutti e utile ai mondi – effettuata «dall'interiore» e, soprattutto, funzionale al discernimento preliminare alla nostra elevazione. Tali funzioni, infatti, non hanno la finalità di confortare le capacità individuali o le pretese di carriera bensì di preparare il lavoro interiore per cancellare queste ultime e farle "ricollocare" da Dio, secondo il Suo piano e non il nostro.

Le tradizioni profetiche riportano che, alla fine dei tempi e nel ribaltamento anticristico che lo caratterizza, il Paradiso apparirà agli uomini come l'Inferno e, viceversa, l'Inferno come il Paradiso. Oltre a ciò va detto che, secondo un insegnamento tradizionale, ritrasmesso fra gli altri anche dallo shaykh ʿAbd al-Waḥīd Pallavicini, la più grande astuzia dell'Avversario è quella di far credere di essere laddove in realtà non è. Ci troviamo infatti in un'epoca di dissoluzione, nella quale la confusione e la manipolazione distolgono gli uomini dallo scopo fondamentale della loro esistenza, la conoscenza di Dio, e, al contempo, forniscono all'anima passionale false e indegne giustificazioni per deviare dalla meta del cammino spirituale.

La reale possibilità di conoscere il Principio implica conseguenze di ordine pratico, come la manifestazione di un ordine e di una regola. Dal momento che questi discendono da un altro grado della Realtà, pur assumendo una forma relativa, contengono entrambi possibilità di ordine universale e stabiliscono un collegamento fra l'Essere totale (divino) e l'essere parziale (umano).

Coloro che per paura che l'ordine e la regola pongano delle limitazioni alla libertà dell'individuo si fermano al piano orizzontale. Inoltre, non potendo prescindere completamente dall'ordine e dalla regola ne creano di nuove, che però si collocano sempre solo sul piano del particolare e rappresentano pertanto un impedimento alla visione verticale e metafisica. Ecco perché l'opinione individuale e la mentalità tradizionale non potranno mai trovarsi d'accordo, anche quando sembrano confrontarsi sugli stessi temi.

Tutti questi maestri – lo Shaykh ʿAbd al-Qādir al-Jazāirī, lo Shaykh ʿAbd al-Waḥīd Yahya Guénon e lo Shaykh ʿAbd al-Waḥīd Pallavicini – hanno incessantemente testimoniato, in spazio e tempi assai diversi fra loro, la realtà ortodossa dell'Islām; inoltre, essi hanno orientato, con metodi altrettanto differenti, i musulmani alla contemplazione di Allāh richiamandoli al valore universale della vita tradizionale e sollecitandoli a superare le attrazioni formali (e non certo a crearsene!) per dirigersi versus Unum, verso l'Unico. In altre parole, secondo una prospettiva realmente metafisica hanno insegnato a non associare in modo esclusivo la Verità divina alle sue molteplici forme.

«Il Messaggero di Dio disse: 'A chiunque si comporta in conformità con quanto conosce, Dio gli accorderà la scienza di ciò che ancora non conosce'.

Il significato di questa tradizione è che la conoscenza procede dall'insegnamento, ma anche che quando qualcuno teme Dio, Lui gli insegnerà. Quanto a coloro che non temono Dio, Egli non insegnerà loro ma li condurrà piuttosto nell'errore, persino ciò che è custodito nella memoria non verrà compreso, e costoro saranno allora come 'l'asino che porta un carico di libri.' (Corano 62, 5)». (Shaykh Ahmad Ibn Idriss, Epistola di confutazione delle genti dell'opinione individuale).

Centro Studi Metafisici