L’apporto dell’Islam all’Occidente

L’apporto dell’Islam all’Occidente

Tratto da “Islam Interiore. La ricerca della Verità nella religione islamica” Il Saggiatore 2002, pp. 92-98

Affrontiamo con un certo imbarazzo la tematica, sempre più frequentemente proposta, del confronto fra Islam e Europa, Islam e Ovest, Islam e Occidente, in quanto l’Islam è una Rivelazione divina, abramica e monoteistica, mentre l’Europa non è che uno dei cinque continenti, l’Ovest uno dei quattro punti cardinali e l’Occidente un’espressione geografica abitualmente contrapposta a un mal definito Oriente.

L’Islam viene accostato ai continenti europeo, americano, africano e asiatico, come se anch’esso rappresentasse un altro continente, o forse un mondo a parte, estraneo dalla concezione di un’artificiosa globalizzazione, ben diversa dalla realtà universale e simbolica espressa per esempio dalla nota raffigurazione cristiana di colui che è presente anche nella Tradizione islamica, sayyidinâ ‘Isa (‘alayhi-s-salâm), nostro signore Gesù, il Cristo, che regge nella Sua mano destra il globo del mondo.

Nell’ambito della globalizzazione, ad esempio, non possiamo più considerare il Mediterraneo come il Mare nostrum, poichè lambisce le coste di tre continenti, e non solo di due come talvolta si pensa, se non si vuol dimenticare che oltre all’Europa e all’Africa esiste anche un terzo continente lambito dalle sue acque, l’Asia, seppur tacciata di “minore”. L’Islam è oggi presente oltre che in Asia e in Africa, anche in Occidente, che sia questo europeo, americano o australiano, e non certo solo a seguito del fenomeno immigratorio o demografico. Ci piace allora pensare che si possa ancora considerare l’Islam come terza e ultima Rivelazione del monoteismo abramico.

Non comporta infatti alcuna incongruenza il fatto di essere occidentale e musulmano, in quanto non si può certo identificare l’Oriente con l’Islam, né l’Occidente con il Cristianesimo; e se l’Islam è stato presente nel corso della storia anche in Occidente, oggi i luoghi dell’Occidente in cui si è affacciato non sono certo più musulmani, come del resto non si può nemmeno dire che siano ancora veramente cristiani.

D’altra parte, non si può nemmeno paragonare la civiltà islamica con una presunta civiltà occidentale, in quanto tutte le vere civiltà tradizionali – da quelle dei maya o degli aztechi a quelle degli assiro-babilonesi, da quelle degli indù e dei buddhisti a quelle dei cinesi e dei giapponesi, taoisti, confuciani o scinto che fossero, a quelle degli egizi, dei greci o dei romani, degli ebrei ortodossi o dei cristiani medievali – sono sempre state fondate su princìpi teocentrici, caratteristica questa che fa difetto soltanto alla civiltà occidentale moderna, e che pertanto, non possedendo alcuna effettiva unità basata su princìpi superiori, pensiamo non possa neppure essere considerata una vera civiltà.

Dai tempi del cogito ergo sum di cartesiana memoria, l’Europa, e con essa tutto l’Occidente, si è incamminata sulla strada di una psicologia creativa che, oltre il tunnel dell’Illuminismo – che ha chiuso definitivamente le aperture verso l’alto – ha condotto agli antri oscuri della dimensione psichica inferiore, per non dire infernale, invertendo la realtà dell’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio. Si è voluto fare dell’uomo, che è il riflesso di Colui che solo È, non soltanto un essere pensante o pensato, il cogitor dei nuovi teologi, ma un pensiero che pretende di creare l’essere, nell’accezione appunto del “penso, dunque sono”, anche se questa formula viene intesa nel senso di poter provare, se non l’essere, perlomeno la propria esistenza, la quale etimologicamente altro non è se non lo “star fuori” da ciò che solo È veramente, l’essenza di ogni cosa, Dio.

Da questa Europa, che fino ad allora era riuscita a mantenere, nella fede cristiana originaria e ortodossa, la disponibilità alla spiritualità contenuta nei messaggi divini precedenti e in quello susseguente l’avvento cristico – e conseguentemente il reciproco rispetto e la pacifica convivenza con i popoli che ne erano stati particolarmente i destinatari – è nato questo nostro mondo occidentale moderno, chiuso a ogni realtà trascendente o immanente e all’ordine teocentrico necessario alla costituzione di ogni vera civiltà tradizionale. Rispetto alle civiltà tradizionali, l’“occidentalismo”, che si è esteso ormai in varia misura non solo verso Ovest, costituisce l’unica eccezione o anomalia di fronte a quella che dovrebbe essere la regola, la “norma” e così anche la normalità.

Solo ora, forse, dopo i rovesci delle ideologie secolari e del missionarismo coloniale, delle pretese egemoniche fondate sull’esclusivismo religioso o sulle tecnologie avanzate, delle illusioni del progresso materiale e della società dei consumi e del benessere, alcuni europei – a qualsiasi comunità religiosa essi appartengano, sia effettivamente sia solo nominalmente, o che non vi appartengano affatto, cosa che, purtroppo, costituisce la stragrande maggioranza dei casi – cominciano a rendersi conto della superficialità delle loro presunte appartenenze e della natura utopistica dei sistemi coniati al di fuori delle religioni.

Se consideriamo di vivere in quello che è detto essere uno “Stato di diritto”, anche se non corrisponde più alle civiltà antiche rette da un potere temporale sottomesso all’autorità spirituale – tale per “diritto divino” – nell’ambito proprio dei “diritti umani”, ci dobbiamo chiedere se i doveri degli uomini religiosi possano essere ancora inclusi fra i diritti fondamentali dell’uomo.

Lâ ikrâha fî-d-dîn – dice il Sacro Corano – “non vi è coercizione nella religione” (Corano II, 256), non solo in quella islamica, ma nella fede religiosa in generale, perché la fede è la conseguenza di una libera scelta dovuta a una sincera e profonda convinzione. È lecito però in questo contesto domandarsi se questa libera scelta è ancora possibile oggi, e cioè: si garantisce di fatto all’uomo anche il diritto di essere religioso?

Non si pretende d’altronde di dover ritrasmettere una dottrina che nella storia di quattordici secoli si è estesa provvidenzialmente a una determinata giurisdizione geografica che comprende circa un miliardo di credenti. Essa resta pur sempre universale perché indirizzata da Dio a tutti gli uomini della terra anche se non si è estesa effettivamente a tutto il mondo, perché la relativamente esigua adesione all’Islam da parte degli europei, in confronto a quella degli abitanti degli altri continenti, non dipende solamente dalla scarsa conoscenza dei suoi princìpi e dall’opposizione delle altre istituzioni religiose, ma soprattutto dall’aridità e dall’ostilità degli stessi occidentali moderni nei confronti di una spiritualità orientale e di una dimensione sacrale della Rivelazione divina che erano ben presenti in origine anche nelle Rivelazioni – anch’esse orientali e orientate verso la realizzazione metafisica, la riunione con Dio – in cui sono nati.

Non si può far pronunciare la shahâdah, la testimonianza di fede islamica, a un europeo se questi non ha ancora ritrovato la fede in Dio. L’imân, la fede anzitutto, poi, in shâ Allâh, se Dio vuole, l’islam, la sottomissione a Dio, e finalmente l’ihsân, la vocazione spirituale. Infatti non si convertono gli uomini all’Islam se essi non si sono riconvertiti prima a Dio, così come noi non potremmo certo dire la ilâha illâ al-Islam, “non vi è divinità se non l’Islam”, invece di dire: lâ ilâha illâ Allâh.

Se qualche europeo eccezionale ha potuto anche parlare dell’unicità di Dio oltre che dell’unità trascendente delle rivelazioni, noi dobbiamo verificare che coloro che oggi si avvicinano all’Islam abbiano ancora il senso dell’immanenza di Dio, della Sua presenza spirituale anche in questo mondo e in loro stessi.

E non si tratta qui solamente di appartenenti o meno ad altre religioni, ai quali l’esempio di ogni vero musulmano praticante può far ritrovare la fede e la pratica rituale nella propria comunità religiosa d’origine, ma si tratta anche di coloro che, fra gli stessi musulmani europei, si siano “occidentalizzati” e che, forse senza nemmeno accorgersene, abbiano adottato la mentalità, i modi e le ideologie tipiche del mondo moderno, nella secolarizzazione e nella dissacrazione della loro stessa fede, ridotta al livello di quella che oggi – da parte dei fautori delle analisi psicologiche – viene chiamata la ricerca dell’identità.

Infatti i pericoli maggiori del contatto tra l’Islam e l’Occidente non provengono soltanto dalle concezioni di esclusivismo egemonico cristiano nei confronti delle altre religioni, o dall’appiattimento della teologia cattolica a sola dottrina sociale della Chiesa, ma dalla secolarizzazione e dalla dissacrazione dell’Occidente, sia questo ancora formalmente “religioso”, oppure laico, agnostico o più generalmente ateo. Gli stessi cristiani non tentano nemmeno più di convertire i musulmani al Cristianesimo, che la maggior parte di loro non pratica neppure, ma solo al proprio modo di intendere la religione su basi quasi esclusivamente etico-sociali, e sono pertanto refrattari agli sforzi di chi, da parte islamica, pretenderebbe di dimostrare loro le verità contenute nel Sacro Corano, che essi non considerano certo quale Parola di Dio, così come ormai non credono più nelle stesse verità enunciate dai libri sacri della propria Tradizione e nemmeno, forse, in Dio.

Se si dovesse in effetti credervi ancora, ciò richiederebbe un cambiamento sostanziale della propria vita, e pertanto si cerca con ogni mezzo di contrastare la spiritualità che può essere ancora presente nell’Islam – l’ultima Rivelazione, che viene, come le altre, dall’Oriente – identificandolo con concezioni retrograde o superstiziose o accomunandolo alle manifestazioni di un dilagante fondamentalismo, vero ostacolo, questo, alla propagazione dell’Islam in Occidente. Il dialogo e il confronto dell’Islam vero con l’Occidente comporta pertanto non certo il pericolo che quest’ultimo possa essere fagocitato da un mondo considerato straniero, ma invece quello che anche l’ultima Rivelazione possa appiattirsi nella rivendicazione di quelli che vengono comunemente chiamati i “diritti umani”, anziché mantenere la sua originaria sacralità orientale che ricordi a noi tutti, come abbiamo già detto, i nostri “doveri divini”, quelli che l’Islam sembra essere oggi l’unica e l’ultima civiltà tradizionale a saper testimoniare.

Tuttavia, non pretendiamo di ritornare a una civiltà teocentrica o teocratica, come lo furono quelle tradizionali del passato, in tutto l’universo – anche qui nel senso etimologico del “tendere”, o “intendere”, “verso l’Uno”, ma auspichiamo soltanto che possa mantenersi fino alla fine dei tempi anche la presenza di quelle minoranze di uomini votati alla Conoscenza della Verità. Questa costituisce per noi non solo la ragione d’essere delle religioni, ma quella stessa dell’uomo in questo mondo.

Ed ecco che provvidenzialmente, proprio in questo momento, arrivano in Europa i fedeli, in maggioranza orientali e africani, di quell’ultima Rivelazione divina che per secoli in Occidente era stata relegata a collocazioni etniche e storico-geografiche. A parte l’eccezione degli Ebrei, che costituiscono una religione, una razza e uno stato che si richiama anche geograficamente alla storia del suo popolo – “popolo eletto” in quanto designato a ricevere la parola di Dio sotto forma di Legge –, le altre collocazioni religiose, etniche, nazionali, e tanto meno quelle geografiche, non si identificano fra loro, né si sono mai potute identificare nella loro storia. Così, per esempio, non tutti gli arabi sono musulmani, né ancor meno tutti i musulmani sono arabi: vi sono arabi cristiani e vi sono musulmani in tutte le etnie, non solo persiane, indiane o turche, ma anche in tutte le nazioni dell’Occidente, dell’Africa e dell’Estremo Oriente, se è vero che l’Islam è come il Cristianesimo una religione universale, e non perché si sia estesa o si debba estendere a tutto il mondo, ma perché il suo messaggio non è riservato a un solo popolo, ma diretto a tutti gli uomini che vogliano accettarlo.

Ecco dunque che i musulmani d’origine vengono a portare in Europa non solo la testimonianza vissuta dei princìpi comuni alle altre tradizioni abramiche e monoteistiche, ma anche l’esempio della possibilità di vivere tale testimonianza in questi tempi della “grande apostasia”, quelli dell’“abominio della desolazione”, perfino nei luoghi che sono origine e preda dell’antitradizione e nei quali al-Dajjâl, l’Anticristo, potrà tentare – secondo la parola evangelica – di “ingannare anche gli eletti se ciò fosse possibile” (Vangelo di Matteo XXIV, 24).

Non si tratta certo di forzare il mondo alla fede, né di voler convertire tutti gli uomini all’Islam, infatti l’espressione coranica “la religione presso Dio è l’Islam” (Corano III, 19), inna-d-dîna ‘inda-Llâhi-l-islam, si deve intendere traducendo la parola islam con “sottomissione a Dio”.

Noi vogliamo considerare la nostra fede non soltanto come l’ultimo richiamo all’unicità di Dio: Ashhadu an lâ ilâha illâ Allâh, “attesto che non vi è dio se non Iddio”; bensì anche nel senso della sottomissione alla Sua Volontà e alle Sue leggi, quelle date dall’Unico e stesso Dio a tutti i popoli del mondo in epoche diverse, tramite l’insegnamento dei Suoi Inviati fin dal tempo del primo uomo che è per noi il primo Profeta islamico: Adamo (‘ alayhi-s-salâm). “Se Iddio avesse voluto avrebbe fatto di voi una comunità unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone, ché a Dio tutti tornerete, e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in disaccordo” (Corano V, 48).

Come Presidente della CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana, organizzazione attiva in un Paese in cui l’immigrazione è più recente e costituita per la maggior parte da musulmani di origine, e ultimo Paese ad avere una vera e propria moschea, nonché l’unico a confinare con la sede vaticana, cuore del Cristianesimo occidentale; noi operiamo affinché questo “gareggiare nelle buone opere”, secondo la parola coranica citata, possa essere realizzato nel rispetto delle diverse identità confessionali, come ha detto anche il Papa, il quale nell’Enciclica, Fides et ratio, ha nuovamente raccomandato un ritorno alla metafisica.

In un discorso rivolto a duecento teologi partecipanti a un congresso internazionale di teologia morale, presso l’Università lateranense, il Papa [Giovanni Paolo II] notava come la decadenza morale derivi, oltre che dal “male”, che agisce sempre più in profondità e in maniera spavalda, soprattutto dal fatto che:

Ogni etica deve fondarsi su una antropologia e questa su una metafisica. La crisi dell’etica è il “test” più evidente della crisi dell’antropologia, crisi dovuta a sua volta al rifiuto di un pensare veramente metafisico. Separare questi tre momenti: quello etico, quello antropologico, quello metafisico è un gravissimo errore, e la storia della cultura contemporanea lo ha tragicamente dimostrato.

Ci siamo permessi di citare le parole della suprema autorità della religione venuta a predominare in Occidente per ribadire la necessità, all’interno di tutte le espressioni religiose, di quella metafisica che, come diceva René Guénon, “non è né orientale né occidentale”, in quanto rappresenta proprio l’espressione dei princìpi archètipi insiti in ogni Rivelazione. Questo ritorno alla metafisica è sempre stato necessario nel corso dei momenti critici della storia dell’umanità; tali crisi dipendono infatti dall’oblio del fine autentico delle religioni e della vita umana, ridotte a forme vuote.

Il Sacro Corano ci insegna che Dio parla di Sé agli uomini per mezzo di parabole o simboli, perché Egli è infinito e al di là di ogni forma. Pertanto, gli uomini non devono certo limitare il significato della Parola di Dio alle loro povere interpretazioni, ma tenersi orientati verso di Lui, e farsi di Dio la concezione più elevata possibile, così che sia Lui stesso a svelare loro progressivamente la Conoscenza di Sé. Questa è la vera metafisica, al di là di ogni tempo e di ogni spazio, al di là di quella croce spazio-temporale nella quale siamo tutti collocati nell’eternità e nell’universalità della sottomissione a Dio.

È proprio la testimonianza dell’universalità dell’Islam, resa ai nostri connazionali dalla presenza di noi musulmani italiani, che permette ai nostri correligionari di non doversi sentire condannati a essere per sempre immigrati anche in questa terra che appartiene a Dio solo, l’Unico e lo stesso per noi tutti, “il Signore dell’Oriente e dell’Occidente” (Corano LXXIII, 9), poli geografici e spirituali fra i quali noi chiediamo di aiutarci a fare da ponte.

La vera identità di ogni uomo è in Dio, nella sua possibile identificazione con Lui, in quella che viene chiamata “la Suprema Identità”; ecco l’identità da ricercare, perché la vera ricerca nell’Islam è quella della Verità, quella Verità che è Dio stesso: Huwa-l-Haqq; la ricerca dunque di Dio in questa nostra stessa vita, nella penetrazione del Suo Libro Sacro, il Corano, al-Qurân al-Karîm, nell’imitazione dell’esempio del Suo Profeta (su di lui la Pace e la Benedizione divina), l’uomo perfetto, al-insân al-kâmil, la sunnah, le tradizioni profetiche, nella sottomissione alla Sua legge, la sharî‘ah, la testimonianza di fede, la preghiera, l’elemosina, il digiuno e il pellegrinaggio alla Mecca.

Wa la dhikru-Llâhi akbar (Corano XXIX, 45), “e certo il ricordo di Dio è più grande”, si dice alla fine di ogni sermone (khutba); sì, il ricordo di Dio è più grande, così l’invocazione del Suo Nome, quel dhikr, quell’invocazione che un gruppo di europei musulmani per ore ha potuto recitare nella grande moschea di Parigi durante la notte del Destino, laylatu-l-qadr, la ventisettesima notte del mese sacro del Ramadan, quella notte in cui è detto essere disceso tutto il Corano. La ummah, la comunità islamica, che riempiva tutti gli spazi interni ed esterni di questo santuario inaugurato settant’anni orsono dal santo algerino del ventesimo secolo, lo Shaykh Ahmad al-‘Alawi, ha assistito all’invocazione fatta in nome del santo marocchino del XIX secolo, lo Shaykh Ahmad Ibn Idrîs (radiyAllâhu ‘anhimâ, che Dio sia soddisfatto di entrambi), facendo ritrovare così ad alcuni degli astanti, con il ricordo della pratica religiosa giovanile nei loro paesi d’origine, anche quello della purezza, dell’innocenza e della santità degli hunafâ, i puri compagni del Profeta la Natura primordiale, la fitrah.

Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini